Supermercati e Supersnob


Sto guardando “Che tempo che fa” di ieri sera registrato (cioè con my Sky hd dato che io i comfort ce l’ho tutti, in ordine alfabetico, o meglio alla F mi manca ancora il frigo per cosmetici, alla M il materasso massaggiante i trocanteri e soprattutto alla S lo sventilatore umano che mi fa anche le unghie mentre mi sventola). Allora per Fazio ho sempre nutrito sentimenti ambivalenti. Mi è sempre piaciuto “che tempo che fa”, ho conosciuto personaggi, scrittori, registi, filosofi ecc ecc che magari non avrei altrimenti scoperto. Concordo più o meno con il pensiero di base. Adoro la Littizzetto. Tuttavia non ho mai tollerato quello snobismo spocchioso che è sempre un po’ strisciante.

Tornando alla puntata di ieri sera, Fazio fa un introduzione con lui che adora andare a fare la spesa al supermercato perché gli dà sicurezza, deride a modo suo i negozi di quartiere (gli alimentari) e poi si scaglia contro chi fa la spesa online mentre è a un meeting o in palestra perché toglie semplicità e naturalezza, che poi sono i presupposti della felicità.

Allora caro Fazio, penso che se tu avessi uno stipendio medio, un lavoro normale, pochi aiuti in termini di collaboratori e baby sitter vari, problemi di parcheggio, di scadenze da ricordare, di fisico o peso da mantenere, odieresti andare a fare la spesa in quegli squallidi centri commerciali che poi non hai mai le buste dietro e se hai quelle non hai la moneta per il carrello e se per un caso hai entrambe hai dimenticato a casa il portafoglio e te ne accorgi alla cassa; e devi lasciare la macchina lontanissima che poi non ti ricordi mai dove l’hai messa e vaghi per ore con il carrello che non si sa perché vira sempre tutto da una parte; e dove comunque sei costretto a recarti ad orari improbabili, prima di prendere i figlioli se uno ce l’ha, o di andare dai genitori da accudire per alcuni, e odieresti ritrovartici stanco e sfatto quando mori di fame appena uscito dal lavoro che poi ti ritrovi anche a comprare le salsicce farcite di nutella. Ameresti i negozietti di quartiere soprattutto i miei che mi portano tutto (pur di sopravvivere, bilateralmente intendo). E soprattutto daresti un rene per avere la possibilità di fare la spesa online con uno che ti porta a casa 6 casse d’acqua e una vagonata di prodotti per pulire e carta igienica (e assorbenti ovviamente) perché , mentre tu te ne vai a fare il tuo sport preferito per rilassarti in montagna, dosato sapientemente nello sforzo e nel riposo secondo metodiche zen, altri sono acciaccati da dolori vari e è già tanto se riescono a prendere del brufen in farmacia. Per cui risparmiaci il predicozzo sulla spesa online e, soprattutto, lascia perdere il concetto di felicità. Non parlo di me che prima o poi avrò il mio sventilatore personale. Parlo di chiunque. Perché spesso il concetto di felicità , mio caro Fazio e compari radical chic, può variare notevolmente da persona a persona…

Certo poi, invita Frassica (un genio della comicità, io lo potrei sposare!!!) che dice “io in Corea ci sono stato .. A fare un corso di Coreografia” e gli perdono tutto…

“Tu chi sei?” “Una nefrologa, Homer”

homer ps

Oggi ero in Pronto Soccorso. Sono stata chiamata in consulenza per un’urgenza arrivata in elicottero. Per fortuna non si è dimostrata una vera urgenza. Cioè non un’urgenza da elicottero (ma solo a posteriori). Tuttavia a quest’omo un elisoccorso inutile gli si può passare dato che in 70 anni si è fatto l’esami stamani per la prima volta in vita sua. Non si può dire che abbia gravato sul SSN.

Arrivata in shock room (ebbene si all’ospedale di Livorno abbiamo la shock room, accanto alla ponce room) trovo il cardiologo (maschio), l’urologo o sedicente tale (maschio), il medico del pronto soccorso (maschio), un’infermiera del pronto soccorso. Ci conosciamo tutti. Arriva poi un radiologo assunto da poco (maschio) e che non conosce nessuno. La richiesta del radiologo per poter fare l’ecografia insieme al paziente in questione veniva da me. Il cardiologo, collega bravo e gentile, aveva quasi finito la sua valutazione e stava terminando alcuni accertamenti. Il radiologo appena arrivato inizia a parlare con l’urologo “ma ci siamo già conosciuti mi sembra”…”tu chi sei?” “chi sei tu?”, “ sai io sono qui da poco”, “bene ora guardiamo..” e cosi via. Poi si guarda intorno. Il medico del PS lo conosceva già. Intravede un altro maschio alfa e chiede “e lui chi è? Il cardiologo?” svelando una grande occhio clinico avendo indovinato la specializzazione di uno vestito da dottore che stava facendo un’ecografia cardiaca. Nel frattempo io stavo facendo domande al paziente che a sua volte si rivolgeva solo ai maschi alfa (premetto che il fenotipo del paziente in questione lo giustificava in tal senso…). Poi dico al radiologo “puoi guardargli anche la vena cava inferiore?”. Lui mi guarda con uno sguardo che ricorda molto Homer Simpson di fronte al Giudizio Universale. E non mi risponde neppure. Poi capisco che non risponde perchè ha capito che esisto e che le mie sembianze femminili forse non si associano necessariamente alla figura di una collaboratrice domestica, senza alcuna offesa verso la categoria sia chiaro, ma che immagino non abbia studiato il significato della valutazione ecografica della vena cava inferiore come indice di idratazione. Infatti successivamente facendo l’ecografia guarda la vena cava inferiore. Premetto che questo radiologo è bravo. O almeno mi è sembrato tale. In tutto questo, mentre il paziente continuava a dire ad alta voce “HO VOGLIA DI PISCIARE DOTTORE” e c’era in atto una diatriba fra IL DOTTORE (l’urologo) e lui circa la possibilità o meno di riuscire a trattenere lo stimolo, mi avvicino al collega del pronto soccorso e a bassa voce gli dico “so che tu non te ne sei accorto in quanto uomo, ma vorrei farti notare una cosa, a puro scopo sociologico”; “cosa?” , “hai notato che il radiologo si è informato su chi fosse l’urologo, chi il cardiologo e che non mi ha neppure visto? Nonostante le domande, le questioni (permettetemi lo sfogo, le uniche questioni salienti che andavano poste, qui lo dico e qui lo nego)..?” “no in effetti non ci avevo fatto caso”. Il paziente chiede all’urologo se lui fosse l’urologo e lui risponde di si. Si scusa per il suo bisogno di pisciare e viene perdonato con magnitudine. Tutti sono rasserenati.

Questo è il fatto. Uno dei tanti.

Non è concentrarsi sul proprio lavoro, qualsiasi esso sia. Non è, nel nostro caso, dover essere brave da riuscire a fare una diagnosi e poi una terapia, trovarsi a prendere decisioni difficili, spesso da sole, a qualsiasi ora del giorno e della notte, qualsiasi cosa attraversi la tua vita, che tu abbia la morte nel cuore o tu venga da un fine settimana romantico. Che tu abbia figli o che tu non li abbia. E che tu stia male per qualche motivo che li riguarda o che tu stia male perché per il tuo maledetto lavoro alla fine i figli non hai mai trovato il modo di farli, o che tu stia male perché i figli non li hai voluti ma in quanto donna non ti è concesso  non volerli.

Non importa quanto intuito hai, quanti cateteri venosi centrali in vene inesistenti riesci a mettere, quante delusioni sopporti, quanti danni eviti.

Prima di tutto devi esistere. Devi farti riconoscere. Le tue prime energie, quelle più importanti, quelle più efficaci, quelle che ti fanno scattare nella reazione “lotta o fuggi” devi impiegarle per dire “sono donna, sono medico, sono anche brava”. Mentre gli altri scaldano neuroni più o meno funzionanti, tu devi passare dall’ufficio riconoscimenti neuroni, farti mettere un timbro, una marca da bollo, spesso l’ufficio è chiuso o c’è una riunione sindacale, poi alla fine…dopo molto, stanca, sfatta, con il trucco (che io non so neppure mettere troppo bene) sbaffato, puoi iniziare a “lavorare”. Quando si è donna, si parte sempre dopo, come da bimbetti quando si facevano le gare e si diceva “te parti dopo, svantaggio tuo”. E’ così, non c’è niente da fare.

Eppure sono contenta. Sono contenta di non avere mai la faccia da homer simpson, ne da stupido dottore che non deve mai mettersi in discussione perché non ne ha bisogno, perché il suo aspetto squallido e scontato non ammette dubbi, indipendentemente dalle sue (spesso scarse ) qualità. Sono contenta di essere scambiata per qualsiasi cosa. Perché alla fine c’è una diagnosi. Una terapia fatta bene. Un paziente che nessuno di loro ha inquadrato, e che mi ha raccontato la sua vita. E alla fine un radiologo, secondo me bravo ripeto, costretto a chiedermi “tu chi sei? La cardiologa?” “ No Homer, sono la nefrologa”.

 

Alè Ginger

zenzero

 
La mia nuova fissa è lo zenzero. Devo dire che apprezzo lo zenzero da molto tempo, allorchè Daniele, in uno dei miei consueti episodi di afonia improvvisa, mi consigliò lo zenzero caramellato. In realtà non mi fece assolutamente niente alla voce in compenso ingrassai 25 kg. Diventai una donna afona obesa.
Io ho sempre sofferto di questi episodi.
Il primo comparve quando stavo andando a dare l’esame di diritto privato all’università, in quel breve periodo che fui iscritta alla facoltà di legge. Avevo dormito da sola a Pisa e a quei tempi ancora non parlavo da sola, per cui non sapevo di essere afona. Entrai in un bar prima dell’esame e chiesi un caffè. O meglio, provai a chiedere un caffè. Mi toccò mimare alla fine. Sembrava il gioco dei mimi. Una parola. Quante lettere… Lo presi come un segno del destino. Chissà, ora forse, se non fossi stata afona quel giorno, sarei un avvocato famoso e piena di soldi. Invece zoppico vestita da tirolese in ospedale…(vedere post di ieri su fb…).Seguirono molti altri episodi, così all’improvviso diventavo afona. Mi videro vari otorini, fra cui un giorno un collega che non era entrato in specializzazione in Nefrologia l’anno in cui entrai io (…) e che mi diagnosticò una forma di schizofrenia paranoide. (Voi pensate che scherzi ma non scherzo…). A quei tempi avevo scoperto un farmaco, l’Allurit, a base di alluminio. Era formidabile. Miracoloso! In poche ore mi tornava la voce. Ma, fu tolto dal mercato. Spero che questo fatto non sia collegato al fatto che mi facesse tornare la voce…Non farebbe bene alla mia autostima.
Tornando allo zenzero, dopo il kefir, la pasta madre ecc, è la volta dello zenzero. Quando io mi appassiono a qualcosa questo qualcosa diventa l’unica preoccupazione. Così ora esistono le tisane allo zenzero, torte allo zenzero, pasta allo zenzero, centrifughe a base di zenzero, studio gli effetti dello zenzero sulle varie funzioni corporee. Leggo qualsiasi cosa riguardi lo zenzero e la sua famiglia (è della famiglia del cardamomo, lo sapevate??? Nel mio cervello persino questo assume una rilevanza, quando diciamocelo, ci importa una sega del cardamomo in realtà…). Ma il peggio è che inizio a cucinare cose strane a base di zenzero, che se già prima facevo male la pasta al pomodoro figuriamoci le pietanze esotiche…Orlando sta chiamando gli assistenti sociali allo zenzero.
Lo so, si chiama disturbo ossessivo compulsivo. Disturbo ossessivo compulsivo allo zenzero.

“Provocando in bicicletta, accanto a te….”

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E’ arrivata la mia bici! Sono molto fiera. Anzi direi proud.
A parte il fatto che domani me la rubano. Quasi quasi se incontro un ladro gliela regalo subito io, tanto per non subire il dispiacere, l’umiliazione, tutti quei sentimenti strani di quando si subisce un torto. Come disse Orlando quando si rimase chiusi fuori a Stoccolma e non riuscivamo a trovare un fabbro “ma non si può telefonare a dei ladri?”. Ridemmo a lungo all’idea di cercare la parola Ladri sull’elenco telefonico. Non lo facemmo solo perché non sapevamo come si dice ladri in svedese. Provai Lakrits e mi rispose una liquirizia. Salata.
Ora, l’incipit ironico del post mi fa pensare a una conversazione che ho avuto oggi pomeriggio con un’amica (che non è su fb e quindi posso dire tutto ciò che voglio). Sosteneva che il mio modo di essere ironica a volte è provocatorio. Cioè intento a sedurre. Senza rendermene conto, intendeva lei. Una forma di “agito” insomma, per parlare in termini psicoanalitici. Così abbiamo parlato di come si è e di come ci si percepisce. E’ strano come ci si veda cosi diversi da dentro a volte, rispetto a fuori. Come se una parte di noi viaggiasse su un binario tutto suo per poi ritrovarsi improvvisamente in stazioni non programmate.
Io sono una che scherza. (Ripensandoci ho già anche scritto un post analogo in passato, con intenti diversi ovviamente). Io darei non so cosa per una battuta geniale. Quando mi escono delle battute con la B maiuscola sono entusiasta più che quando riesco a mettere un catetere venoso centrale tunnellizzato. Riesco persino a provare invidia per battute bellissime dette da altri. Ricordo perfettamente tutte le mie battute più belle. Ricordo quei momenti come si ricordano attimi di intenso romanticismo. A volte penso persino che potrei fare la comica, con un buon supporto che mi aiuta a scrivere i testi potrei davvero farlo. Mi inalbero se vedo comici che non fanno ridere alla TV. Cioè per me scherzare è una cosa seria!
Io non provoco quando scherzo. Scherzo. E’ il mio modo di comunicare. E’ più forte di me. Ho sacrificato amicizie (conoscenze diciamo) per il gusto di una battuta. E, poi certo, se voglio sedurre pure uso l’ironia. E reciprocamente l’ironia mi seduce.
Insomma siamo come siamo. E se, l’idea che abbiamo di noi stessi e la percezione che diamo è distante, pace!
Io mi vedo come una persona, anzi come un medico (che è l’80% di come mi vedo) sensibile, cinica, ironica, contorta, debole, che volerebbe via se un macigno dentro non mi tenesse giù. Forse da fuori sembro un menestrello “provocatorio” che viaggia su una bicicletta bizzarra (ancora per poco), sicuramente non sembro un medico, casomai una “signora o signorina”(che è l’80% di come mi vedono).
Due entità quasi separate insomma.
Quello che è certo è che continuerò a fare battute idiote finche morte non ci separi.

Fermiamo il mondo e…lasciamoci amare

 

Vi capita mai di avere bisogno di fare una cosa ma proprio non vi riesce?

Ecco! Io ho bisogno di scrivere un post su questa cosa delle unioni civili.

Il mio cervello è inondato da potenziali post demenziali che farebbero ridere, a parte le solite gag su Orlando, post sui discorsi scemi che facciamo in ospedale, sulle assurdità che talvolta accadono negli ambulatori, sul genere umano medio….ma respinge tutto, un po’ come Orlando quando gli passano la palla a basket, perché c’è questa cosa impellente (e in parte repellente) che mi rimbalza dentro.

Eppure non ci riesco. Mi sento come quando ci si gira e ci si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno.

E mi chiedo perché? Perché non riesco? Di solito quando inizio a scrivere le parole fluiscono fuori senza fatica. Le immagini mi vengono incontro.

So perché non riesco. Non ci riesco perché è una cosa enorme. Perché è inafferrabile per il mio cervello. Perché è sottolineare l’ovvio e io odio sottolineare l’ovvio.

Perché non si possono che dire le solite noiose banalità. In quanto “banale” vuol dire appunto “ovvio, scontato”.

Perché è una cosa così ovvia e scontata che non riesco a concepire .

Perché solo dover parlare della necessità di una legge del genere è un’enormità.

Perché è talmente enorme l’idea che un manipolo di persone possa decidere chi deve amare chi fra persone consenzienti, ma anche senza amore volendo, chi possa decidere di passare la propria vita con chi. Chi merita di avere figli e chi no (ma non sulla base di parametri umani ma sessuali). Chi cresce meglio i figli rispetto a chi.

Esistono persone che decidono con chi e come devi fare l’amore. Cioè decidono, mi si perdoni l’esempio ma è esattamente di questo che si tratta, che il sesso anale o orale, o certe posizioni, o l’uso di stimolatori erotici, vanno bene solo se fra un uomo e una donna, e meglio se sposati.

Bisognerebbe fermarsi tutti insieme. Tutto il mondo per un attimo. La terra stessa dovrebbe potersi fermare per vedere dall’alto tutto ciò. Io mi immagino un enorme risata universale.

Mi ricorda molto quando una volta al liceo mi fu ritirato un compito di latino e presi due. Mi ricordo che mi sembrò una cosa enorme, abissale allora. E penso sempre come rivedevo quella scena pochi anni dopo, mi riguardavo e mi faceva sorridere.

Ecco è un po’ così, bisognerebbe riuscire a vivere in un paese che guarda come siamo ora e sorride, quasi con tenerezza, per le nostre infinite incapacità di esseri umani.

Sensi, di marcia e non solo…

 

C’è quella famosa barzelletta del tizio che guida in autostrada e sente alla radio “attenzione, attenzione, un pazzo sta guidando controsenso in autostrada” e lui “uno solo?!?!”

Ecco, generalmente io mi sento così.

Ora, nella barzelletta è evidente che il tizio ha torto e che esistono delle regole ben precise e che lui ha commesso uno sbaglio contravvenendole.

Ma io non parlo di errori, né di regole contravvenute.

Parlo di sensi e sensazioni. Mi viene in mente quella mostra permanente che c’è a Ferrara, che cito spesso, di Antonioni. “Le montagne incantate”. Antonioni fece fotografie di alcuni particolari di montagne e poi le riprese da lontano. I particolari e le immagini intere erano due cose completamente differenti (anche se in realtà erano due modi diversi di vedere la stessa cosa). Banalmente i particolari apparivano brutti e le montagne stupende. Io acquisii da questa mostra che a volte occorre guardare le cose un po’ più da lontano per apprezzare la loro bellezza. L’interezza spesso dà una luce diversa alle cose e anche alle persone.

In effetti, se guardo da lontano il mio senso di marcia, vedo tantissime altre persone che vanno nella mia direzione. E l’immagine di tutti questi cerchi in effetti è molto più bella del particolare.

Ghepardi, gazzelle e avanzi

ghepardo

Tempo fa ho visto un documentario sui ghepardi. Dicevano che il ghepardo quando deve acchiappare una gazzella calcola istintivamente il bilancio tra il dispendio di energia che serve per catturarla e il nutrimento che ne deriva. Quindi scatta solo se ne vale la pena. Se pensa che deve correre troppo magari rischiando di non farcela non parte neppure.

Pensavo che anch’io nelle relazioni umane che mi impongono di lottare faccio cosi (eccetto che in sindrome premestruale). Io mi dispongo alla lotta laddove penso di poter ottenere un risultato altrimenti non parto neppure. Non so se è un bene o un male. Sembrerebbe razionale e intelligente in realtà conduce a relazioni sempre di tutto o nulla che alla fine sono faticose. Il problema con me si pone quando parto sbagliando i calcoli perché la gazzella è più veloce di me, perché allora rischia di diventare l’unico mio scopo nella vita, ma questo è un altro discorso….

Altre persone invece iniziano l’inseguimento e basta, generalmente per il gusto anche solo dell’idea di poter annusare il sangue, altre per il gusto di inseguire, altre per la fame (ne conosco uno in particolare…che in questo momento mi sta inseguendo per la casa “quando si mangia? Quando si mangia?”), altre ancora perché gli hanno insegnato di provarci sempre. Alcuni inseguono senza aver mai preso una preda e si nutrono di avanzi lasciati da altri. Che in fondo è un po’ quello che io penso di chi adora giudicare. Oggi parlavo con una persona di questo. Ora, è vero, tutti in fondo giudichiamo. Ma se uno prova ad essere a volte ghepardo, a volte gazzella e a volte avanzo, difficilmente lo fa. Perchè inseguire è sfinente e scappare fa paura e avanzare è umiliante.

Così impari a inseguire solo per nutrirti e a fuggire solo per sopravvivere e ad avanzare perché occorre sapersi arrendere. E non hai tempo né voglia di giudicare.

 

Guardie e ladri … di sonno

medico

Mentre scrivo sono di guardia in ospedale. Le guardie si vedono subito come andranno. Ci sono quelle serate in cui arrivi e c’è una calma piatta, una leggerezza nei movimenti degli infermieri, pazienti sorridenti. Alcuni ti tocca svegliarli per dargli il sonnifero. E sono sere che sai che andranno lisce come l’olio. Poi ci sono le sere ove c’è calma ma nervosa. Quelle in cui avverti che sta per arrivare il cataclisma. Un po’ come delle piccoli luci sismiche, senti qualcosa nell’aria come i cani prima dei terremoti. Generalmente a un certo punto della notte o magari in tarda serata arriva l’urgenzona , ti scatta l’adrenalina, infili tubi in qualche vena centrale, salvi qualche vita, parli con aria da buono ma potente con i parenti e vedi il ringraziamento nei loro occhi e ti sembra che le forme dell’esistenza ritrovino un allineamento perfetto. Infine ci sono le serate come queste. Quelle in cui si verificano una serie di eventi, assolutamente senza senso, clinici e non, con un andamento pressoché continuo. Il senzatetto che si infila in un letto d’ospedale e tu che, tuo malgrado, per motivi medico legale, sei costretto a farlo alzare e la polizia che interviene in tenuta antisommossa neppure fosse uno dell’Isis. Oppure, per es scatta l’allarme antincendio su tre piani con una voce da Belfagor che urla insistentemente di abbandonare il reparto, e vecchini ed energumeni extracomunitari che si aggirano impauriti, senza ovviamente che esista alcun incendio e con l’arrivo del tecnico reperibile a sbloccare l’allarme che ti fa capire cosa significa vedere la Madonna. Ti chiamano alle tre di notte per una a cui sono gonfiati i genitali (la famosa urgenza notturna nel libro Medical Emergencies al capitolo Gonfiore dei genitali nell’emergenza-urgenza….e soprattutto gonfiano anche i tuoi come reazione…). Ti telefona un paziente alle 5 del mattino lamentando che perde sangue con le urine e poi scopri che ti sta chiamando con il suo cellulare dal reparto di Medicina di un altro ospedale di un’altra città ove è ricoverato. Ti arriva una telefonata per un plausibile trapianto di rene e tu chiami il ricevente a fare la dialisi di routine pretrapianto e lui ti dice che l’indomani è impegnato con la fidanzata e non crede di potercela fare per il trapianto.

Ecco, dopo una notte così, la mattina te ne vai con la speranza di trovare qualcuno per strada da poter investire per poi ripassarci sopra a marcia indietro. E io stasera, se piove di quel che tuona come si suol dire…me la sento scivolare….

Stiff

stiff

Stasera ho guardato “Presa Diretta”. Non lo faccio mai perché mi deprime e io sono notoriamente nazionale popolare e con un discreto lato di superficialità che mi consente di galleggiare. Presa diretta non si confà esattamente con la pietra pomice che è in me. Però l’ho guardato perché parlavano dei vaccini, e , si sa, questo argomento mi interessa, è più forte di me. Diciamo che l’aver visto Checco Zalone nel pomeriggio aveva spianato la strada. Non che Checco Zalone sia leggero, anzi…..e se qualcuno lo pensa davvero significa che non ha molte capacità analitiche.

In trasmissione hanno ripreso alcuni medici che hanno dei blog in cui combattono per le proprie idee. Hanno ripreso medici che lavorano  in Africa ove il vaccino è un miraggio. Hanno parlato con genitori di bambini piccoli morti per malattie evitabili…insomma tutto ciò che io rifuggo generalmente calandomi nella mia realtà nazional popolare che comprende fare il medico all’Ospedale di Livorno, con le mie stupide battute, e il mio cinismo da quattro soldi.

Mio malgrado, mi sono ritrovata a cercare di ricordare perché ho scelto di fare il medico. Davvero non ci riesco. Ricordo i quaderni delle elementari che mi ha mostrato mia sorella Nicoletta (che adora scavare nel passato a differenza di me, forse perché lei nel passato si sente forte mentre io mi ci sento sparire) in cui nel pensierino a 7 anni “che vuoi fare da grande?”scrivevo “io voglio fare la dottoressa così che posso tenere in braccio tanti bambini” (accanto a pensierini inconfessabili pena l’esclusione dall’eredità o la pubblicazione delle foto di famiglia di me vestita da odalisca a 8 anni mediamente obesa). Ricordo la lezione di fisiologia sulla contrazione del muscolo con un meccanismo di interazione fra actina e miosina su cui ho già scritto un post in passato e che trovai folgorante (non il mio post, la lezione)…

Ma perché ero a guardare quella lezione? Cosa, dopo essermi iscritta a lettere, avere brillantemente superato l’esame di ammissione a veterinaria, avere dato due o tre esami a legge, cosa mi spingeva comunque a passare davanti a via Roma 55 a Pisa a guardare gli studenti di Medicina uscire dalla Facoltà di Medicina e Chirugia? Ci ho pensato tante volte. Credo volessi cimentarmi in qualcosa di universale. Una scienza che puoi operare ovunque, che non ha confini, razze, sesso. Età , beh…no…l’eta si… pediatria è un po’ un mondo a se….

Io volevo l’assoluto. Veterinaria non poteva darmelo. Legge non poteva darmelo. Neppure lettere poteva darmelo anche se ci si avvicinava molto. Volevo sporcarmi, volevo sentirlo il dolore per poterne rifuggire, volevo sentirmi forte e debole al tempo stesso, avere paura e sangue freddo. Volevo capire quello che muove l’uomo e quindi il mondo, a fondo e in superficie, volevo avere che fare con i mitocondri e, al tempo stesso, con l’odore del sangue nelle feci, con la vita e con la morte, con gli odori, con tutti i sensi, nessuno escluso. Con le cose scabrose e con gli animi puri. Volevo avere a che fare con l’umanità.

Per un pelo non sono diventata un medico legale. La mia esperienza con la medicina legale è stata fantastica e meriterebbe un articolo a sé. Devo dire che io svenivo di continuo. Dal primo giorno in qualsiasi reparto cascavo a terra come una pera cotta. Il Prof Martino, recentemente scomparso, purtroppo, e che Livorno tiene nel suo cuore, mi portava in sala operatoria da matricola e erano più le volte che ne uscivo stesa che ritta. La cosa è durata anni, persino a Londra quando vedevo fare le prime fistole arterovenose sulle braccia, o a Copenaghen in ginecologia. Mi resi conto che il dolore mi provocava angoscia così mi buttai sulla medicina legale. Ma anche lì, i primi sacchi neri che arrivavano, l’idea di non sapere cosa contenessero, cosa svelassero (e in effetti a volte contenevano pezzi smembrati, ricordo di un suicidio sotto un treno), mi facevano svenire. E poi l’odore. Quell’odore nauseabondo di putrefazione misto alle immagini. Era insostenibile per me. I medici legali mi presero in simpatia perché io non mollavo mai. Svenivo. Mi rialzavo e tornavo. Ricordo una volta, avevo casa a Pisa comprata da pochissimo, ancora non abitabile, ci vivevo con un fornellino elettrico e avevo comprato per cena delle cosce di pollo, per l’appunto dopo un pomeriggio alla morgue. Provai a cucinarle e non riuscivo a non odorare quell’odore del pomeriggio… Buttai via tutto. (E poi si dice uno non ha l’amore per la cucina…). Un giorno, dopo l’ennesimo svenimento all’ennesima autopsia, il medico legale mi disse “non andartene Valentina, esci aspetta 5 minuti e rientra e non usare mascherine per il naso”. Così feci. Quando rientrai mi girava sempre un po’ la testa. Voleva farmi stendere su un lettino autoptico di metallo ma io declinai cortesemente. Allora mi portò nella cella figorifera per mostrarmi le cose che davvero avrebbero dovuto impressionarmi, e non la povera signora anziana morta di pancreatite di cui sopra…Tirò fuori dalle celle extracomunitari ritrovati incaprettati nella sabbia di Tirrenia, morti sgozzati, tossici uccisi in carcere…. Insomma, con quei suoi colori desueti con cui aveva imparato a guardare la vita, mi costrinse a una realtà che mi “guarì”. Vi giuro, da quel giorno, dopo circa 4 anni, non svenni più. Diventai la mascotte delle autopsie. Niente mi faceva più impressione e, vi assicuro, ho visto cose che voi umani…..Presi 30 e lode a medicina legale nonostante la telefonate di mio padre ,noto avvocato, la sera prima “senti tesoro se il Prof…ti chiede se sei mia figlia mi raccomando nega “ (quando si dice essere raccomandati…).

Eppure quando arrivai a scegliere la specializzazione, non ce la feci. Uno di loro mi aveva messo in guardia sulle autopsie dei bambini, su quel tipo di lavoro a lungo termine, su tante altre cose. Non ce la feci a scegliere i morti. Così scelsi la vita. La vita che finiva. Il dolore…Ma pure sempre viva nel momento che arrivava a me

Diciamo che io non ho mai mollato e generalmente non mollo mai. Anche oggi il mio primario si stupisce di come, nonostante la mia inettitudine manuale, diventi brava a fare certe cose. Perché non mollo.

E quindi mi perdonino tutti quelli che scrivono cose impegnate. Io ho bisogno di lasciarmi andare in questo mio futile blog nazional popolare. Perché divagando trovo la forza per non mollare. E non mollando posso fare il medico. Quello che sognavo da quando ho 7 anni.

Assolo anzi..Da sola…

assolo

Oggi ho visto il film della Morante. Assolo. Le critiche l’hanno esaltata, scomodando addirittura Bergman.
E io ho sempre amato la Morante, o meglio, ho sempre creduto di amarla. Mi piace la sua eleganza, la sua voce, la sua compostezza ma in realtà, in più occasioni non mi ha fatto impazzire.
Questo film è noioso, non fa ridere (poco), non parte mai e non arriva da nessuna parte. E sopratutto è completamente incentrato su di lei, fingendo che sia una donna che rinasce. In realtà rimane la stessa solo con un taglio di capelli diversi. Ora, lungi da me fare la critica cinematografica, anche perché non ho gli strumenti, ma ho gli occhi e pago il biglietto che di per sè un po’ permette di dire mi piace o non mi piace , o no???
La mia critica era più sul ruolo della donna che la Morante vuole rappresentare. Sono un po’ stanca di queste donne vittime di uomini che le abbandonano, che subiscono per una vita intera qualsiasi cosa, l’insubibile direi se solo esistesse il termine, e poi rinascono solo grazie ad altri uomini. Come se non esistesse un se. Come se non fossero mai stati girati Kill Bill dove per stare bene si mozzano teste o Cime Tempestose dove tutti si sentono sostanzialmente un cesso o l’amore non va in vacanza che trasforma il lasciarsi durante la vacanze in una esperienza etusiasmante… Insomma, senza essere dei critici snob, non è che una donna si riprende da una o più delusioni amorose, tagliandosi i capelli e comprandosi una macchina rossa così che può attrarre uomini che la deluderanno di nuovo o no? Boh.. Magari chiedo a Orlando che ha 7 anni e mezzo che credo sarebbe d’accordo con me, se non altro perché è intelligente e con un animo sensibile (anche se ogni tanto ci riprova a pisciare sulla predella).
Insomma non esistono più quei bei film che ti insegnano che dalle delusioni d amore , dopo aver provato a farti cancellare la memoria, dopo aver provato ad attaccarti alla canna del gas ,dopo aver provato a leggere e guardare libri e film catartici (epicuro il più leggero per dire), dopo aver passato giorni su un letto a guardare il soffitto sperando di morire, dopo tutto ciò , ci si rialza , si fa pulizia e si ricomincia? Da soli! No ASSOLO, da solo!!!! Anzi da sola…
Ps e vi dirò di più. Di solito ce la facciamo.