I maestri zen vipassana o quello che sono, insegnano che “La meditazione offre sempre una via fuori dal buio e verso la luce. In ogni sessione di meditazione usciamo dal caos della mente e andiamo verso la luce della presenza mentale.
Questo percorso dal buio verso la luce non deve essere difficile. Quando ci troviamo, per esempio, nel buio dei propri dubbi e giudizi, basta accendere la luce dell’amorevole osservazione della propria mente”.
E io ci provo, vi giuro. Ci provo ogni mattina, ogni giorno. Ci provo da anni. E devo anche dire che un po’ meno buio è, cioè a volte vedo i contorni, sai come quando giri al buio e pian piano l’occhio si abitua?
Una volta una mia collega mi disse che spendeva 20 euro di luce ogni due mesi (anni fa ovviamente), io ne spendevo minimo 80. Le chiesi come faceva e mi rispose “spengo le luci”. La logica… ma anche io spegnevo le luci. Allora iniziai a girare al buio. Non per risparmiare quei 60 euro lo giuro, ma perché sono così. Mi ci fisso sulle cose. Presi tre mignolate e la volta dopo mi arrivò 100 euro di bolletta. E una scomunica ufficiale dai Sacri Uffizi.
Ecco io la luce l’ho trovata a Naoshima. È successo qualcosa lì. Eppure ha piovuto tanto, era nuvoloso. Ma la luce è entrata. Ha trovato un pertugio o qualcosa. Non so come ha fatto. Forse mi ha semplicemente reso trasparente.
Naoshima non si può raccontare. Sapessi scrivere per davvero forse ci riuscirei. Ma non riesco. Non si può fotografare, fare video che rendano l’idea. Bisogna semplicemente esserci. Naoshima ti inghiotte come le sabbie mobili. Qualcosa di tuo rimane lì. E vorresti non andartene più.
Se ci pensi non sono tanti i posti che fanno questo effetto. Per es. l’Islanda l’ho amata visceralmente ma non riuscivo a immaginarmi di viverci. Da Naoshima non te ne andresti più.
Poi ho letto la storia e ho capito. Nel 1917 la Mitsubishi costruisce nel nord di Naoshima una grande fonderia di rame. Questo significò modernizzare il mare interno di Seto, con tutto quello che si portava dietro: inquinamento, industria, trasformazione profonda.
Poi, nel 1985, si incontrano due uomini con un sogno, Tetsuhiko Fukutake, un editore, e Chikatsugu Miyake, allora sindaco di Naoshima. Il primo in realtà muore dopo un anno e gli succede il figlio Soichiro Fukutake che porterà avanti il progetto.
A me questa cosa di due singole persone che decidono di cambiare le cose mi fa impazzire. Devo dire che è al tempo stesso la mia aspirazione e la mia galera. Perché io ho sempre creduto che il mondo si possa cambiare in bene e bastano due persone per farlo. Però è anche quello che mi condanna come un criceto sulla ruota.
Insomma questi due vanno avanti, poi incontrano Tadao Ando (grazie al c…) e alla fine, per farla breve, che ti fa questo? Costruisce un museo sotto. Cioè il paesaggio rimane intatto, ma lui usa cemento grezzo, interra un museo e usa la luce naturale per illuminarlo. E nasce un capolavoro.
Quando ci entri ti vengono i brividi. Sì ok ci sono le ninfee di Monet (…) e James Turrell e Walter De Maria con opere contemporanee che amplificano il concetto, ma il museo è una cosa che non si può raccontare. E lì capisci il buio la luce la meditazione la vita la morte le ombre i dubbi. Lì capisci tutto. Per un attimo, ma lo vedi.
Poi esci di lì stordita e ti ritrovi su una spiaggia deserta stupenda , a pochi metri la zucca di Yayoi Kusama, un’altra anima fragile e forte al tempo stesso, e ancora le Art House Projects, l’esperienza al buio al Minamidera, e questa pace ovunque, questo silenzio, pieno, che sembra una sinfonia.
I maestri zen o vipassana o quello che sono, ti dicono che la vita è nel respiro ed è la vita che ti respira.
Ecco Naoshima è un’isola che respira. Che ti respira.










