Meduse e assertività

Adoro essere assertiva. Non intendo dire che adoro quelli che lo sono. Io adoro quando riesco ad esserlo io.

Penso ai bambini piccoli: quando iniziano a camminare, fanno qualche passo, poi indietreggiano e cascano di sedere. Con quel pannolino che fa quel plof, quel tonfo ovattato. Poi si rialzano, un po’ goffi, e ricominciano. Finché non camminano spediti, dopo settimane, e poi corrono, sicuri. Certo, il pericolo è sempre dietro l’angolo perché i bambini, anche una volta acquisite le capacità motorie, non prevedono. Quindi ci sta che svoltino l’angolo e sbattano una discreta musata. Però il controllo si affina, si allunga la catena posteriore, si sviluppa la propriocezione plantare.

Ecco, io l’ho fatto a 55 anni, da primaria. Non con l’equilibrio, s’intende: quello si è sviluppato fisiologicamente (salvo troppi cocktail Martini), anche se di me si racconta fossi una bella bignolina impacciata. L ho fatto con il saper dire di no. A 55 anni ho imparato (sto imparando?) a mettere confini. Quelli sacrosanti che dovresti avere nel DNA. Dovrebbero spuntarti a un mese di vita, come proteine che si incastrano tra loro e costruire paletti, direttamente dal nucleo delle cellule, con la catena di montaggio di DNA, RNA messaggero, ribosomi e tutto il resto. Invece, a me quelle cellule lì non hanno mai funzionato. Ho passato anni a sentirmi come le meduse sciolte sul bagnasciuga a ogni richiesta. Tralascio il percorso che mi ha portato ad oggi. Ma ora mi sento una discreta medusotta di tutto rispetto. Ancora un po’ da perfezionare, ma intanto ho una forma.

Non sono la Turritopsis dohrnii, nota come “medusa immortale”, tantomeno la medusa criniera di leone, la più grande al mondo, con tentacoli spettacolari.

Mi piace pensarmi come la Aurelia aurita, medusa che sa orientarsi, distinguere gli ostacoli e imparare dall’esperienza per adattarsi all’ambiente. (Mi piace pensarmi, ho detto…)

Ho finalmente superato la fase del cascare all’indietro dei bambini, ho acquisito propriocezione e una certa armonia muscolare. So teoricamente quando devo dire no e , udite udite, lo dico! Non sempre ma quasi sempre. Faccio persino i conti con i miei sensi di colpa, a cui ormai sono affezionata, e sento l’universo che mi sorride. Un po’ per pena, un po’ per simpatia.

Infatti, diciamoci la verità: assertiva, assertiva con eleganza, non lo diventerò mai. Dico di no, ma mi incazzo e ci rimugino, e ci rimango male, e ne parlo per giorni.

Ma un giorno sarò  una Cassiopea andromeda (la medusa rovesciata): vive con l’ombrella rivolta verso il basso per ospitare alghe simbionti che le conferiscono colori particolari.

E quei simbionti, però, se esagerano, li mando affanculo.

La Gaussiana

Io amo la normalità. Quella che sta in una gaussiana. Mi dà sicurezza. E sopratutto mi rappresenta. Me ne discosto spesso mio malgrado. È più forte di me. Ed ogni volta è un peso, un piccolo strappo , come quando ti strappi un muscolo. Doloroso. Eppure non riesco a non farlo. Vorrei starci incollata su quella campana, vorrei la poltrona d’onore al centro. Senza strapparmi ogni volta.
In questi giorni un’amica si è ammalata. Gravemente. A chi non succede? Di ammalarsi intendo o di avere un amico, amica, compagno, compagna, figli, genitori che si ammalano.
E d io che vivo nella malattia, chi più di me lo sa? E chi non lo ha già vissuto alla mia età? Eppure ogni volta annusare la morte da vicino, più vicino del solito, mi fa male, un male bestia, un male che è difficile starci dentro, ma è nella gaussiana. E se ne parlo con qualcuno mi capisce. Perché è lì, il 68 % + o – 1 mi capisce. E quell intesa mi fa bene. Mi circonda e sono tanti il 68%, ti senti meno sola, ti diluisce quel male acuto.
Lo so che poi di quel 68, al 67,9 non gliene frega una minchia, ed è giusto così in fondo, però in qualche modo siamo tutti lì, nella gaussiana. La curva nord. Quella dei mondiali, dell Italia quando ci giocava ai mondiali, della coppa Barontini a Livorno quando sei a guardarla, della fumata bianca o nera del Papa.

Le diagnosi, le malattie, gli amici che si ammalano , e che non c entrava una cazzo, e che potrebbe succedere a te. E che per non pensarci ti fai un gin tonic anzi due anzi tre, ma non avevo smesso? La paura, l istinto , che farei io? , che farà?. In unica grande gaussiana che ti abbraccia e ti consola.
Come si fa ad aver paura di essere normali?

Islanda


Tornata ora dall Islanda. L unica domanda che mi faccio è “come ho fatto a non esserci andata prima?”. E siccome non esiste il caso, evidentemente dovevo andarci ora. Dovevo girarla a quasi 55 anni in un minivan, facendomi docce nei campeggi ed espletando in bagni pubblici. Vero è che chi lavora in ospedale vive perennemente in un campeggio… È stato un viaggio più grande di me. Come essere dentro a un documentario sulle origini della terra. Come capire quanto non si conta un cazzo. Quanto niente sia nostro. Come vedere tutto da lontano. Come le montagne di Antonioni. L Islanda è un mondo a parte, di pecore, cavalli purissimi, che sembra abbiano fatto la piastra alla criniera e che quasi ti sorridono, a differenza della gente, chiusa nel loro sopravvivere. Un viaggio di odori, di zolfo e bosco e acqua . Un viaggio di colori. Ma di quelli veri. Il nero. Il verde. Il blu. Un viaggio di cobalto, magma, silice. Un viaggio dentro. Dentro domande a cui credevo di aver già risposto, dentro progetti che continuano a affollarmi la testa. Un viaggio che non ti lascia ripartire. 
Eppure sono ripartita e sono tornata. Ed ho amato pisciare e cacare nel mio bagno senza dover uscire a 3 gradi di notte , cercando di non appoggiarmi sul water, cosa che i miei quadricipiti tendenzialmente non aiutano a fare . Ho amato dormire in un letto pulito e comodo e mettermi dei vestiti normali. Ho amato amare queste cose, che ci sembrano normali. Ho amato me che le amavo. Ma mi manca. Mi mancano i silenzi, mi manca quella forza , quel sentirsi fuori da tutto. Credo di aver capito cosa provano gli astronauti. Io il mal d’Islanda non l ho mai sentito nominare, ma ce l’ho. Un male bello che mi dà pace. Come se tutta quella lava e quel ghiaccio mi facessero sentire meno sola. Con il ghiaccio che raffredda la lava e la lava che riscalda il ghiaccio. Sento meno rabbia, quella bestia che devo addomesticare ogni giorno. Raffreddo la rabbia e riscaldo il cinismo. Forse non mi manca l Islanda . Forse mi manca quello che ero mentre ero lì