Polpi e inglesi

So di essere inglese. Reincarnata. Incarnata. In carne. Senza carne. Non importa . Lo so.

Lo sono nell’animo. Più che altro nello humour.

Lo humour inglese mi fa impazzire. È come un linguaggio, anzi un segnale di riconoscimento, tra specie.

Un po’ come le megattere. Producono canti che possono durare anche mezz’ora e propagarsi per decine di chilometri sott’acqua. Le melodie cambiano nel tempo e si diffondono perfino tra popolazioni diverse.

Anche i polpi comunicano tra loro cambiando colore o muovendosi in modi strani.

Le api. I pesci. Gli alberi.

Noi umani siamo convinti che il mondo sia nostro. Ma non lo è.

Siamo solo una specie fra tante. A differenza delle altre abbiamo una strana peculiarità: passiamo metà del tempo ad ammazzarci fra noi. E l’altra metà a cercare soldi per salvarci.

Scusate. Ho divagato.

Mentre scrivevo pensavo ai polpi. E ai livornesi, razza alla quale appartengo, con uno strano rapporto d’amore e odio, perché mi fanno da specchio nel bene e nel male.

Un popolo strano. Ancora abbastanza incontaminato.

E si torna allo humour.

I livornesi scherzano. Chi capisce, bene. Chi non capisce, pace.

Non sono certo british, ma in fondo ridere è un obiettivo comune. Divertirsi. Sdrammatizzare. Alleggerire.

Io medito. E ci credo. Seguo gruppi, guru, ritiri.

Ma ridere… ridere non ha uguali.

Non esiste corpo, zabuton, diamante sul cuscino, mantra, mezzo loto, respiro, ritorno. Non esiste nulla che possa competere con una risata vera.

Quelle che ti tolgono il respiro. Come i bambini quando inciampano. Cadono. Si rialzano. Non si sono fatti niente. Ma vedono la paura negli occhi degli adulti e capiscono che devono piangere.

E allora iniziano. Un pianto terribile. Senza respiro. Si bloccano. Vanno in apnea. E stai quasi per chiamare il rianimatore.

Con i meditanti, quelli veri, non si ride.

Ecco, gli inglesi per me sono una via di mezzo. Una sintesi tra il meditante e il livornese.

In questi giorni, però, ho avuto un’epifania.

Dopo una vita passata a dire: «E che cavolo» (che io pronuncio “cazzo”), «ma possibile che uno si offenda per una battuta?», una persona a me estremamente cara, e molto più giovane, è rimasta seriamente turbata per una battuta, forse piu per un modo di fare, livornese . Anzi, da più battute o modi di fare, ho poi scoperto.

Battute che credo fossero “livornesi”. Forse non erano battute non lo so . Ma forse si. di quelle che probabilmente anch’io ho fatto per tutta la vita. E che continuo fare. Quelle di cui mi nutro. Che mi permettono di vivere, sdrammatizzare, scherzarmi, nascondermi, vivere insomma. O sopravvivere forse.

Chissà perché l’amore ha la capacità, a volte, di renderci ciechi e, altre, di fare da laser sul cristallino.

Chissà quante persone ho ferito così.

Forse lo faccio ancora.

Per me il senso dell’umorismo è intoccabile. È una religione.

E questa scoperta è stata come una bestemmia urlata in chiesa.

Poi ho pensato che, se uno bestemmiasse in chiesa, a me non fregherebbe niente.

Perché, se Dio esiste, secondo me sarebbe il primo a sbellicarsi dalle risate.

E alla fine rimarrò sempre un polpo che cambia colore per farsi riconoscere da altri polpi , inglesi.

Per fare due risate insieme.

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