
Tornata ora dall Islanda. L unica domanda che mi faccio è “come ho fatto a non esserci andata prima?”. E siccome non esiste il caso, evidentemente dovevo andarci ora. Dovevo girarla a quasi 55 anni in un minivan, facendomi docce nei campeggi ed espletando in bagni pubblici. Vero è che chi lavora in ospedale vive perennemente in un campeggio… È stato un viaggio più grande di me. Come essere dentro a un documentario sulle origini della terra. Come capire quanto non si conta un cazzo. Quanto niente sia nostro. Come vedere tutto da lontano. Come le montagne di Antonioni. L Islanda è un mondo a parte, di pecore, cavalli purissimi, che sembra abbiano fatto la piastra alla criniera e che quasi ti sorridono, a differenza della gente, chiusa nel loro sopravvivere. Un viaggio di odori, di zolfo e bosco e acqua . Un viaggio di colori. Ma di quelli veri. Il nero. Il verde. Il blu. Un viaggio di cobalto, magma, silice. Un viaggio dentro. Dentro domande a cui credevo di aver già risposto, dentro progetti che continuano a affollarmi la testa. Un viaggio che non ti lascia ripartire.
Eppure sono ripartita e sono tornata. Ed ho amato pisciare e cacare nel mio bagno senza dover uscire a 3 gradi di notte , cercando di non appoggiarmi sul water, cosa che i miei quadricipiti tendenzialmente non aiutano a fare . Ho amato dormire in un letto pulito e comodo e mettermi dei vestiti normali. Ho amato amare queste cose, che ci sembrano normali. Ho amato me che le amavo. Ma mi manca. Mi mancano i silenzi, mi manca quella forza , quel sentirsi fuori da tutto. Credo di aver capito cosa provano gli astronauti. Io il mal d’Islanda non l ho mai sentito nominare, ma ce l’ho. Un male bello che mi dà pace. Come se tutta quella lava e quel ghiaccio mi facessero sentire meno sola. Con il ghiaccio che raffredda la lava e la lava che riscalda il ghiaccio. Sento meno rabbia, quella bestia che devo addomesticare ogni giorno. Raffreddo la rabbia e riscaldo il cinismo. Forse non mi manca l Islanda . Forse mi manca quello che ero mentre ero lì

