
Stasera ho guardato “Presa Diretta”. Non lo faccio mai perché mi deprime e io sono notoriamente nazionale popolare e con un discreto lato di superficialità che mi consente di galleggiare. Presa diretta non si confà esattamente con la pietra pomice che è in me. Però l’ho guardato perché parlavano dei vaccini, e , si sa, questo argomento mi interessa, è più forte di me. Diciamo che l’aver visto Checco Zalone nel pomeriggio aveva spianato la strada. Non che Checco Zalone sia leggero, anzi…..e se qualcuno lo pensa davvero significa che non ha molte capacità analitiche.
In trasmissione hanno ripreso alcuni medici che hanno dei blog in cui combattono per le proprie idee. Hanno ripreso medici che lavorano in Africa ove il vaccino è un miraggio. Hanno parlato con genitori di bambini piccoli morti per malattie evitabili…insomma tutto ciò che io rifuggo generalmente calandomi nella mia realtà nazional popolare che comprende fare il medico all’Ospedale di Livorno, con le mie stupide battute, e il mio cinismo da quattro soldi.
Mio malgrado, mi sono ritrovata a cercare di ricordare perché ho scelto di fare il medico. Davvero non ci riesco. Ricordo i quaderni delle elementari che mi ha mostrato mia sorella Nicoletta (che adora scavare nel passato a differenza di me, forse perché lei nel passato si sente forte mentre io mi ci sento sparire) in cui nel pensierino a 7 anni “che vuoi fare da grande?”scrivevo “io voglio fare la dottoressa così che posso tenere in braccio tanti bambini” (accanto a pensierini inconfessabili pena l’esclusione dall’eredità o la pubblicazione delle foto di famiglia di me vestita da odalisca a 8 anni mediamente obesa). Ricordo la lezione di fisiologia sulla contrazione del muscolo con un meccanismo di interazione fra actina e miosina su cui ho già scritto un post in passato e che trovai folgorante (non il mio post, la lezione)…
Ma perché ero a guardare quella lezione? Cosa, dopo essermi iscritta a lettere, avere brillantemente superato l’esame di ammissione a veterinaria, avere dato due o tre esami a legge, cosa mi spingeva comunque a passare davanti a via Roma 55 a Pisa a guardare gli studenti di Medicina uscire dalla Facoltà di Medicina e Chirugia? Ci ho pensato tante volte. Credo volessi cimentarmi in qualcosa di universale. Una scienza che puoi operare ovunque, che non ha confini, razze, sesso. Età , beh…no…l’eta si… pediatria è un po’ un mondo a se….
Io volevo l’assoluto. Veterinaria non poteva darmelo. Legge non poteva darmelo. Neppure lettere poteva darmelo anche se ci si avvicinava molto. Volevo sporcarmi, volevo sentirlo il dolore per poterne rifuggire, volevo sentirmi forte e debole al tempo stesso, avere paura e sangue freddo. Volevo capire quello che muove l’uomo e quindi il mondo, a fondo e in superficie, volevo avere che fare con i mitocondri e, al tempo stesso, con l’odore del sangue nelle feci, con la vita e con la morte, con gli odori, con tutti i sensi, nessuno escluso. Con le cose scabrose e con gli animi puri. Volevo avere a che fare con l’umanità.
Per un pelo non sono diventata un medico legale. La mia esperienza con la medicina legale è stata fantastica e meriterebbe un articolo a sé. Devo dire che io svenivo di continuo. Dal primo giorno in qualsiasi reparto cascavo a terra come una pera cotta. Il Prof Martino, recentemente scomparso, purtroppo, e che Livorno tiene nel suo cuore, mi portava in sala operatoria da matricola e erano più le volte che ne uscivo stesa che ritta. La cosa è durata anni, persino a Londra quando vedevo fare le prime fistole arterovenose sulle braccia, o a Copenaghen in ginecologia. Mi resi conto che il dolore mi provocava angoscia così mi buttai sulla medicina legale. Ma anche lì, i primi sacchi neri che arrivavano, l’idea di non sapere cosa contenessero, cosa svelassero (e in effetti a volte contenevano pezzi smembrati, ricordo di un suicidio sotto un treno), mi facevano svenire. E poi l’odore. Quell’odore nauseabondo di putrefazione misto alle immagini. Era insostenibile per me. I medici legali mi presero in simpatia perché io non mollavo mai. Svenivo. Mi rialzavo e tornavo. Ricordo una volta, avevo casa a Pisa comprata da pochissimo, ancora non abitabile, ci vivevo con un fornellino elettrico e avevo comprato per cena delle cosce di pollo, per l’appunto dopo un pomeriggio alla morgue. Provai a cucinarle e non riuscivo a non odorare quell’odore del pomeriggio… Buttai via tutto. (E poi si dice uno non ha l’amore per la cucina…). Un giorno, dopo l’ennesimo svenimento all’ennesima autopsia, il medico legale mi disse “non andartene Valentina, esci aspetta 5 minuti e rientra e non usare mascherine per il naso”. Così feci. Quando rientrai mi girava sempre un po’ la testa. Voleva farmi stendere su un lettino autoptico di metallo ma io declinai cortesemente. Allora mi portò nella cella figorifera per mostrarmi le cose che davvero avrebbero dovuto impressionarmi, e non la povera signora anziana morta di pancreatite di cui sopra…Tirò fuori dalle celle extracomunitari ritrovati incaprettati nella sabbia di Tirrenia, morti sgozzati, tossici uccisi in carcere…. Insomma, con quei suoi colori desueti con cui aveva imparato a guardare la vita, mi costrinse a una realtà che mi “guarì”. Vi giuro, da quel giorno, dopo circa 4 anni, non svenni più. Diventai la mascotte delle autopsie. Niente mi faceva più impressione e, vi assicuro, ho visto cose che voi umani…..Presi 30 e lode a medicina legale nonostante la telefonate di mio padre ,noto avvocato, la sera prima “senti tesoro se il Prof…ti chiede se sei mia figlia mi raccomando nega “ (quando si dice essere raccomandati…).
Eppure quando arrivai a scegliere la specializzazione, non ce la feci. Uno di loro mi aveva messo in guardia sulle autopsie dei bambini, su quel tipo di lavoro a lungo termine, su tante altre cose. Non ce la feci a scegliere i morti. Così scelsi la vita. La vita che finiva. Il dolore…Ma pure sempre viva nel momento che arrivava a me
Diciamo che io non ho mai mollato e generalmente non mollo mai. Anche oggi il mio primario si stupisce di come, nonostante la mia inettitudine manuale, diventi brava a fare certe cose. Perché non mollo.
E quindi mi perdonino tutti quelli che scrivono cose impegnate. Io ho bisogno di lasciarmi andare in questo mio futile blog nazional popolare. Perché divagando trovo la forza per non mollare. E non mollando posso fare il medico. Quello che sognavo da quando ho 7 anni.

