L’armatura

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Ogni settimana faccio ambulatorio. Prime visite. Persone mai viste.
È un po’ come fare un viaggio o andare al cinema a vedere un film per la prima volta. Non sai bene cosa ti aspetta. Non sai come ti sentirai dopo, non sai se prevarrà la frustrazione o la tenerezza o la tristezza o L’entusiasmo . Ogni settimana entro in qualche animo nuovo e mi guardo attorno.
Sono anni che visito le persone ma prima non mi interessava entrarci dentro. Prima ero concentrata sui numeri, sulle loro parti meccaniche, sugli organi,  ma anche sulla forma, sull’educazione, sulla simpatia o antipatia. Prima ero occupata a difendermi. Dalla mia timidezza, dalla necessità che riconoscessero che sono brava, dalla mia poca stima. Ora non ho più paura. Ho sempre quell’armatura alle 8.00 del martedì, perché ce L ho cucita addosso come una pelle di serpente che si rigenerera la notte,  ma verso le 8.30 ho già tolto l’elmo e gli spallacci e i cosciali, e piano piano non c è più niente a schermarmi. Così mi affaccio, nuda, dentro le persone. Persone diverse, brutte, belle, vestite bene, male, maleodoranti, grasse, magre, sudate.
Ed è strano come solo da poco abbia imparato ad accendere le luci. Fino a poco tempo fa entravo al buio, luci spente, finestre stoppinate. Non guardavo niente , sentivo odore di chiuso, odore “di casa” come dice la mia collega,  e scappavo via il prima possibile. Ora ho imparato a accendere la luce, a entrare lentamente, e non ho più paura ne freddo. E quando sono dentro apro le finestre e ogni volta, immancabilmente, riesco a vedere anfratti nascosti che contengono piccole cose preziose, mobili di valore sotto la polvere di questi animi stanchi.
Così ho visto il bel ragazzo biondo che cerca di sentirsi grande e non vuole la mamma accanto durante la visita, perché da quando ha 7 anni che gli bucano i reni e piscia sangue e va ogni mese all ospedale, e solo dopo scopro che il babbo è morto quando aveva due anni e immagino questa mamma sola che teme di perdere anche il figlio e che ora non riesce a lasciarlo andare perché quella paura è un po’ come la mia armatura, ricresce ogni notte, appena ti addormenti.
E ho visto una donna stanca di accompagnare il babbo novantenne alle visite e che pensa che alla fine si può anche morire a una certa età, ma non si può tanto dire, ma a me lo puoi dire sai cara donna stanca perché io lo so. E la donna stanca ha iniziato a scrivermi ricette di cucina mentre io visitavo il babbo e non vedevamo l’ora di parlare di quelle. E finalmente giù dopo a parlare di lasagne con spinaci e pomodorini, o di trippa o di pasta al forno fatta coi “nodelli” delle tagliatelle.
E ho visto il ragazzo giovane che sembra un norvegese ma credo sia del quartiere la leccia, che ha una leucemia da 10 anni e lo vedi subito che è un fumino e appena glielo ho detto ha lasciato andare il piglio, perché poteva finalmente non combattere, non in quel momento, non in quella visita.
Ho visto tante altre piccole cose preziose, polverose, mezze rotte ma colorate , sotto quel dolore che copre sempre un po’ tutto. Poi ho rispento la luce e sono uscita. Fino al prossimo martedì.