
Ebbene si, sono tornata, dopo anni dietro ad un lavoro che mi assorbe e mi ingoia, per poi ogni tanto risputarmi fuori. A differenza di Pinocchio però , mi sembra di non salvare mai nessuno, mi sembra solo un gioco perverso di una sadica balena.
Ad ogni modo, l’altro giorno Federica, una bravissima infermiera , ma anche un’amica con la quale condivido film pesi, di quelli che quando hai finito di guardarli ti attacchi alla boccetta di delorazepam, di quelli che danno nei cinimenini d’essai che ormai non esistono quasi più e nei quali nessuno vuole venire con me perché non hanno le poltrone reclinabili, ma le sedie dure per culi giovani e morbidi, tutte allo stesso livello, con l’immancabile tizio con una malattia rara causata da una mutazione del fattore della crescita che lo rende un vatusso con i capelli rasta e crespi e dal culo giovane e morbido, che ti si siede davanti (si certo puoi cambiare posto tanto siamo solo il vatusso e io in quel cinema a vedere quel film, Federica di solito l’ha già visto ed è quella che mi ci ha mandato), quei film che poi però nei giorni successivi ti rendi conto che sei contenta di averli visti e che hanno illuminato un angolo buio dell’anima che tenevi lì polveroso e coperto, forse perché fa male , e, si sa, dal male ci hanno insegnato a fuggire invece che a lasciarsi attraversare; beh insomma dicevo, l’altro giorno Federica mi dice : “ma il blog? Mi piaceva tanto”
Anche a me in effetti e così eccomi qui.
L’argomento? Il teatro. Il teatro che si fa non quello che si guarda.
Ebbene si, tra un rutto e un altro della balena, ho iniziato anche un laboratorio di teatro. E’ tutta la vita che sogno di fare teatro. Una volta, una decina di anni fa, ci ho anche provato ma eravamo troppi ed era troppo tardi la sera, e tutto si faceva fuorchè, anche solo far finta, di recitare. Non so perché ho questo desiderio. Forse perché recitare ti permette di guardare quegli angoli polverosi e bui dell’anima di cui parlavo prima, forse perché ti permette di mascherarti e non far vedere dei lati che, sei sicura, chissà perché, non possano piacere, forse perché fingere di vivere un’altra vita non è poi cosi diverso dal bere alcolici per scordarsi quel mondo di malattie, morte, cattivi odori, dolori, che permea la vita di chi fa il mio lavoro, tra una battuta e un’altra, tra un “che palle” qui e un “leggi quel bell’articolo sull’IgA Nephropathy uscito ora” lì, sicuramente però è più salutare. In realtà forse mi piace tanto fare teatro perché è uno spazio in cui tutto è lecito. Così posso saltare come un orango tango, cercare il mio corpo nello spazio (che ancora non ho ben capito che significhi), camminare in silenzio per decine di minuti, urlare frasi senza senso, sibilare imitando le fronde di un giunco in una giornata ventosa, tirare palline, fingere di piangere, di ridere, ridere davvero, mangiare caramelle, toccare e lasciarsi toccare. Tutte cose normali, ma chissà perché nel mondo così detto “normale” , tanto normali non sono.
Dopo anni in cui tento di meditare, con alternanti successi, ho scoperto che la mia vera meditazione fatta bene è in quel laboratorio di teatro. Quelle due ore del giovedi pomeriggio, che attendo con ansia, mi catapultano in una dimensione fine a se stessa. Mi sono scoperta assolutamente incurante del fine per cui lo faccio. Non penso mai al perché si fa, a uno spettacolo che andrà prima o poi in scena, tanto meno a chi farà cosa. Penso solo a stare li. Ogni volta che mi viene richiesto di fare qualcosa, sento per un attimo la voglia di scappare, ma rimango. Rimango ed eseguo. Male, bene, di solito male in realtà, ma lo faccio. E dopo mi sento più forte, più coraggiosa. Non dico che non subisco il giudizio, c’è un lato mio che osserva, giudica e si sente giudicata. Però quel lato diventa più debole ogni giovedi sera.
Ora i miei genitori, se capita che il giovedi mi chiamino e mi chiedano “dove sei?”, rispondo “ a teatro” e loro “a vedere cosa? “ e io “no, sono io che faccio teatro”… che ha finalmente sostituito il famoso (dopo 10 anni circa che ero diventata dottoressa e lavoravo in ospedale) “dove sei?” “ in ospedale” “Oddio cosa è sucesso?” e io “ci lavoro mamma ”.

