Anatomia di una sincronicità

In questo periodo sono incappata (non si incappa mai in realtà, è questo il tema di oggi) nel tema delle coincidenze, o meglio, delle sincronicita, come amano dire i guru.

Quel qualcosa per cui tu balli e l’universo ti porta…

Una trentina di anni fa, all’università, mi innamorai di medicina legale. In realtà mi innamoravo un po’ di tutto, una specie di puttana curricolare insomma. Ma la medicina legale fu un vero amore , non solo un flirt. Il professore ordinario era un uomo monumentale, serioso, dalla voce e dagli occhi che sapevano troppo. Un gigante severo, di quelli che ti fanno venire voglia di imparare tutto solo per il gusto di sentirti approvata da loro. All’esame presi trenta e lode, con la domanda per la lode che sfido chiunque altro ad averla saputa. Quella lode fu una carezza ruvida che non ho mai dimenticato.

Quando arrivò il momento di scegliere davvero, però, non ce la feci e mi tirai indietro.Scappai, lo ammetto, davanti all’idea di avere a che fare con i bambini morti.

O forse era solo una scusa. Forse, banalmente, preferivo i vivi.

Più impegnativi, certo, ma almeno a volte guariscono. O ti ringraziano. O ti raccontano storie, anche assurde, e tu puoi ancora ridere, ascoltare, discutere.

Così la medicina legale restò lì, in un angolo della mia storia. Come quelle passioni giovanili intense ma impraticabili, che non rinneghi mai del tutto.

Poi, come accade a chi ha l’anima piena di “prima o poi lo farò”, un giorno mi sono iscritta a un corso di teatro ( vedere post precedenti …). Era da una vita che ci giravo intorno. Prima il lavoro, poi la famiglia, poi la stanchezza. Ma quest’anno no. Quest’anno è stato diverso.

Mi ci sono buttata con la leggerezza di chi ha smesso di cercare scuse.

Tre insegnanti, tutti diversi. Ma una in particolare: quella che mi fa un po’ più ridere, ma solo perché ha un modo di far ridere che mi risuona, che tocca quelle mie corde di bimbetta che ride per “cacca culo” e per il gioco “chi ride prima perde”, e al tempo stesso a cui scappa qualche coltissima citazione che immancabilmente non colgo, ma soprattutto quella di cui annuso la ruvidezza di chi ha dovuto tappare un po’ troppi buchi dell anima. Una di quelle persone che ti chiedi che vita abbia avuto, cosa che a me peraltro capita poco, perché , purtroppo o per fortuna, raramente la gente mi incuriosisce. Può sembrare snob , probabilmente lo è, lo sono. Ma di base a me di che fanno o pensano gli altri non me ne frega una beata cippa (lippa).

Insomma, ieri scopro che è la figlia di quel professore.

Sì, proprio lui.

Quel gigante della medicina legale, quello della lode, quello dei bambini morti.

Ho sentito una leggera scossa.

Non è una coincidenza. È un punto che si chiude. Una porta che si riapre. È come se il passato mi avesse fatto l’occhiolino, travestito da presente.

Ora non studio medicina legale. E non so recitare (ancora). Ma mi sento perfettamente nel mio copione. Anzi, a tratti mi pare quasi che qualcuno lo stia scrivendo con me. Con un discreto stile peraltro.

E quindi universo, balliamo, conduci tu…

Scivolare via

Non bisognerebbe scrivere quando si è tristi. Un po’ come non bisognerebbe andare a fare la spesa quando si ha fame. Si finisce per riempire il carrello di cose che fanno più male che bene, e che in condizioni normali non si sarebbero mai comprate. Anche se, non so cosa è peggio. Nel lungo, a volte noioso, inseguimento al mangiar sano, ti ritrovi a prendere tofu come fonte proteica — salvo poi maledirlo —, verdure che non hai nessuna voglia di cucinare, e cibi che, in fondo, lo sai che non sfamano.

Ma la mia tristezza oggi è sobria, quasi noiosa, di quelle che, per continuare il paragone, ti farebbero uscire dal supermercato con l’insalata già lavata, la mozzarella — ma non di bufala campana perché chissà cosa c’è sotto —, il petto di pollo bio anche se sei vegetariana nell’animo, e magari una birra in offerta che nemmeno ti va.

Però, la mia tristezza, complice una simil-polmonitella che mi indebolisce decisamente e mi fa molto sentire la Principessa Sissi quando la spedivano al mare con la tisi, con l’unica differenza che ho una casa da buttar via e mi manca la servitù (cioè non l’unica differenza… l altra è che al mare io ci sono già, volendo un’altra piccola differenza la si può trovare nelle origini non nobiliari, le mie intendo…), beh dicevo, la mia tristezza oggi è un gran traguardo.

Sì, perché un tempo io la tristezza non potevo nemmeno immaginarla. Quando la sentivo arrivare,sgusciavo via come un’anguilla che, tra le radici sommerse o nella melma di una pozza, scorge un’ombra sopra di sé — e sparisce con la stessa velocità sorprendente.

E, esattamente come un’anguilla, non avevo bisogno di vedere la via di fuga: la sentivo, la intuivo, come se fosse disegnata nel fango. E mi ci infilavo, scomparendo tra le pieghe dell’acqua torbida.

D’altronde è così che l’anguilla si salva: da predatori, da reti, da mani curiose. La sua risposta al pericolo è non farsi prendere, non farsi capire, essere imprendibile.

Ed è così che io scivolavo sempre più giù.

Ma poi, misteriosamente (se vogliamo definire “misteriosamente” anni di meditazione seduta su un cuscino al mattino con improbabili posizioni da guru, ore e ore e ore di ascolti su zen, vipassana, spiritualità, amore, perdono, universo e molto altro), sì, beh insomma, in maniera inaspettata, ora dalla tristezza mi faccio finalmente attraversare. Se ne sta lì (o io me ne sto lì, non so) e questa nube scorre, o ci scorro. Ed ha un suo fascino. Non c’è vittimismo. Non c’è rabbia. Non c’è odio. Solo il sapore di qualcosa di acido, croccante e lievemente amaro.

E in fondo, si sa, per bilanciare l’anguilla occorre proprio questo.

“Dove sei?” “In Ospedale” “Oddio che è successo?” “Ci lavoro mamma”

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Ebbene si, sono tornata, dopo anni dietro ad un lavoro che mi assorbe e mi ingoia, per poi ogni tanto risputarmi fuori. A differenza di Pinocchio però , mi sembra di non salvare mai nessuno, mi sembra solo un gioco perverso di una sadica balena.

Ad ogni modo, l’altro giorno Federica, una bravissima infermiera , ma anche un’amica con la quale condivido film pesi, di quelli che quando hai finito di guardarli ti attacchi alla boccetta di delorazepam, di quelli che danno nei cinimenini d’essai che ormai non esistono quasi più e nei quali nessuno vuole venire con me perché non hanno le poltrone reclinabili, ma le sedie dure per culi giovani e morbidi, tutte allo stesso livello, con l’immancabile tizio con una malattia rara causata da una mutazione del fattore della crescita che lo rende un vatusso con i capelli rasta e crespi e dal culo giovane e morbido, che ti si siede davanti (si certo puoi cambiare posto tanto siamo solo il vatusso e io in quel cinema a vedere quel film, Federica di solito l’ha già visto ed è quella che mi ci ha mandato), quei film che poi però nei giorni successivi ti rendi conto che sei contenta di averli visti e che hanno illuminato un angolo buio dell’anima che tenevi lì polveroso e coperto, forse perché fa male , e, si sa, dal male ci hanno insegnato a fuggire invece che a lasciarsi attraversare; beh insomma dicevo, l’altro giorno Federica mi dice : “ma il blog? Mi piaceva tanto”

Anche a me in effetti e così eccomi qui.

L’argomento? Il teatro. Il teatro che si fa non quello che si guarda.

Ebbene si, tra un rutto e un altro della balena, ho iniziato anche un laboratorio di teatro. E’ tutta la vita che sogno di fare teatro. Una volta, una decina di anni fa, ci ho anche provato ma eravamo troppi ed era troppo tardi la sera, e tutto si faceva fuorchè, anche solo far finta, di recitare. Non so perché ho questo desiderio. Forse perché recitare ti permette di guardare quegli angoli polverosi e bui dell’anima di cui parlavo prima, forse perché ti permette di mascherarti e non far vedere dei lati che, sei sicura, chissà perché, non possano piacere, forse perché fingere di vivere un’altra vita non è poi cosi diverso dal bere alcolici per scordarsi quel mondo di malattie, morte, cattivi odori, dolori, che permea la vita di chi fa il mio lavoro, tra una battuta e un’altra, tra un “che palle” qui e un “leggi quel bell’articolo sull’IgA Nephropathy uscito ora” lì, sicuramente però è più salutare.  In realtà forse mi piace tanto fare teatro perché è uno spazio in cui tutto è lecito. Così posso saltare come un orango tango, cercare il mio corpo nello spazio (che ancora non ho ben capito che significhi), camminare in silenzio per decine di minuti, urlare frasi senza senso, sibilare imitando le fronde di un giunco in una giornata ventosa, tirare palline, fingere di piangere, di ridere, ridere davvero, mangiare caramelle, toccare e lasciarsi toccare. Tutte cose normali, ma chissà perché nel mondo così detto “normale” , tanto normali non sono.

Dopo anni in cui tento di meditare, con alternanti successi, ho scoperto che la mia vera meditazione fatta bene è in quel laboratorio di teatro. Quelle due ore del giovedi pomeriggio, che attendo con ansia, mi catapultano in una dimensione fine a se stessa. Mi sono scoperta assolutamente incurante del fine per cui lo faccio. Non penso mai al perché si fa, a uno spettacolo che andrà prima o poi in scena, tanto meno a chi farà cosa. Penso solo a stare li. Ogni volta che mi viene richiesto di fare qualcosa, sento per un attimo la voglia di scappare, ma rimango. Rimango ed eseguo. Male, bene, di solito male in realtà, ma lo faccio. E dopo mi sento più forte, più coraggiosa. Non dico che non subisco il giudizio, c’è un lato mio che osserva, giudica e si sente giudicata. Però quel lato diventa più debole ogni giovedi sera.

Ora i miei genitori, se capita che il giovedi mi chiamino e mi chiedano “dove sei?”, rispondo “ a teatro” e loro “a vedere cosa? “ e io “no, sono io che faccio teatro”… che ha finalmente sostituito il famoso (dopo 10 anni circa che ero diventata dottoressa e lavoravo in ospedale) “dove sei?” “ in ospedale” “Oddio cosa è sucesso?” e io “ci lavoro mamma ”.  

Ti voglio tanto bene

“Dammi un segno Madonnina , dammi un Segno per favore”

Quando ero piccola la sera prima di andare a letto spesso mi ritrovavo a cercare dei segni divini. Era diventata quasi una sfida, sicuramente più una sfida che un’ossessione. A forza di sentir parlare della Madonna, del suo potere salvifico, dei fioretti di Maggio che avrebbero risolto qualsiasi cosa negli altri undici mesi… beh li cercavo ovunque.

Cercavo nelle ombre della notte, nei rumori impercettibili, a volte mi convincevo di aver visto muoversi qualcosa anche se magari era solo il vento che fuori, a Livorno, quando dice di farsi sentire si fa sentire davvero. Non credo purtroppo, o per fortuna, di averne mai ricevuto uno. Dico per fortuna perché chissà, magari poi sceglievo di farmi suora e avrei passato altrettanti notte a cercare segni che mi dicessero di non farmi suora che effettivamente non sarebbe stata proprio la scelta più consona per me.

Ad ogni modo, qualche giorno fa, passando per Barga, ho ripensato alla mia nonna. Nonna Lina. Nonna Lina aveva passato una parte della sua vita a Barga come molti inglesi, anche se lei era nata in Inghilterra, a Whitley Bay, cittadina della contea del Tyne and Wear che sono due fiumi, cittadina proprio al nord dell’Inghilterra, non molto sotto la Scozia, famosa per le rose. Io ci sono stata a Whitley Bay. Ci sono stata per vedere dove fosse nata Nonna Lina. Ci andai da sola a vent’anni con uno zaino sulle spalle, in treno. Ho sempre creduto che ci fosse nato Mark Knopfler dei Dire Straits a Whitley Bay, in realtà credo che abbia vissuto lì vicino ma qualcosa c’entra di sicuro con Whitley Bay.

Insomma il punto è che passando da Barga, da sola, mi è sembrato che Nonna Lina fosse lì con me. Che fosse accanto a me in macchina intendo. Proprio sul sedile passeggero. L ‘ho sentita lì, non so come spiegarlo. Probabilmente il primo episodio di Modern Love stagione 2 in cui la tizia viaggia in auto parlando con il marito morto che sta nel sedile posteriore, e che avevo visto solo due sere prima, potrebbe avere influito, ma io davvero la sentivo li.

Nonna Lina mi ha amato. Mi ha amato davvero . E forse è stato l’unico amore puro che ho percepito da piccola, sbagliandomi o meno, questo importa poco. Così la sentivo li, mi sembrava di sentire le sue carezze di ormai 40 anni fa, sentivo il suo calore, rivedevo il suo sorriso, mai sguaiato, con quel viso dolce e il suo incarnato chiaro. Ho iniziato a chiacchierarci un po’, ci siamo ricordate di quando con lei e nonno Vincenzo andammo a Casciana Terme e nel nostro hotel c’era Gino Bramieri che mi prese in collo e mi raccontò una barzelletta, e poi di quando veniva il cameriere e nonna lina mi chiedeva , con quella dolcezza che poi raramente mi è stata concessa dopo di lei, “Valentina li vuoi anche tu i fagiolini?” E io “no nonna”, poi appena andava via dicevo “però si in effetti li vorrei anche io”. E lo facevo ogni volta, e lei, fingendo di accigliarsi, mi ci prendeva in giro. E lo faccio anche ora pensandoci, questa cosa di cambiar sempre idea all’ultimo momento. Insomma, tra una chiacchiera e l’altra, mentre io guidavo e lei stava sul sedile passeggero, le ho detto “nonna perché non mi canti una canzone?” “Ti ricordi che cantavamo sempre?”. “E dai cantami qualcosa”. Così ho acceso la radio. E alla radio c’era “ti voglio tanto bene” di Gianna Nannini. Allora, vi prego, se non vi fa fatica, ascoltatela. E ditemi se nonna Lina non era davvero lì con me , sul sedile passeggeri.

Il testo lo scrivo sotto.

Ho pianto tanto. Ma lacrime belle e calde . E no, non ho bisogno di nessun segno. Anche io nonna ti voglio tanto bene. Rimani con me mi raccomando.

“Ti voglio tanto bene” di Gianna Nannini

Io vivrò con te

Ogni giorno comincia dove i baci finiscono

Ora che è inevitabile

Un dolore fantastico nei minuti che restano

Per sempre

Ti voglio tanto bene

E ci sarò per te

Se sentirai nel cuore

Un amore che non c’è

Ti voglio tanto bene

E ti raggiungerò

Con tutta la mia voce

Ascoltami

Io canterò per te

Mi sentirai nell’aria

Entrare nei tuoi occhi

Sola nell’anima

Io vivrò con te

Guardandoti esistere e nel sole rinascere

Io lo so che siamo fragili

E con gli occhi degli angeli

Ci guardiamo resistere

Io vedo un mondo migliore

Si girano le nuvole

Abbi cura di splendere

Ti voglio tanto bene

E niente finirà

Se non avrai paura

Di continuare a vivere

Io canterò per te

Mi sentirai nell’aria

Entrare nei tuoi occhi

Sola nell’anima

Io canterò per te

Canterò per te

Ricordati il mio nome

Ti voglio tanto bene

Non vedrò con te

Quell’alba di luce

Noi

Ora dov’è

BUONA PASQUA (CHE?)

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Fra le tante cose che non sopporto ce n’è una in particolare: gli auguri a raffica sul cellulare per le festività.

A Pasqua inizia la scarica di sms con uova, uovette, uovine, galline che cacano uovette pasquali, coniglietti, colombe, colombe che cacano sui conigli, quest anno si è aggiunto il tema coronavirus: uova e conigli con mascherine, uova di cioccolato che inseguono col martello un coronavirus spaventato (mentre a me sembra molto l’opposto).

E poi gli auguri, quelli inviati a tutta la rubrica: “tanti auguri a te e famiglia” (che quello capace ha perso la mamma il giorno prima), “trascorri delle feste felici” (che sei ricoverato con la polmonite), “che questi giorni di festa tu possa provare tanta serenità e riposo” (che sei smontato dalla notte, sei di guardia per pasquetta, reperibile la notte e torni a casa e ti accorgi di aver lasciato le chiavi di casa in ospedale).

Poi c’è il tema religioso: sms con candele accese e un augurio alla resurrezione, che lo sta inviando un tizio in fila al supermercato mentre da due ore tira giù tutti i santi del paradiso perché la fila è troppo lunga. Magari arrivasse un messaggio religioso vero, sentito, parlato e non copiato, anche se non condivisibile per un non credente. Che poi d’altronde la Pasqua è una festa religiosa.

Perché poi, alla fine, è sempre la solita cosa che non sopporto: l’ipocrisia. E per me gli auguri generalizzati sono il simbolo supremo dell’ipocrisia. Ma auguri di che? Che è una Pasqua di merda con una pandemia che decima la popolazione mondiale, siamo tutti chiusi in casa a ingrassare come maiali mentre facciamo pane, pizza, dolci per passare il tempo. C’è gente che ha perso il lavoro e non dorme la notte, un paese economicamente sul lastrico. Che se ti va bene non t’ammali, se ti va benino t’ammali ma non muori, se ti va male muori. Ma Buona Pasqua di che?

Ecco io vorrei un grande SMS di risposta, un SMS gigante con quella barzelletta che mi ha sempre fatto tanto ridere: c’è Gesù sulla croce e le pie donne disperate ai piedi della croce: “Gesù Gesù…dicci qualcosa” e lui si limita a scuotere la testa, “ti prego Gesù dì qualcosa” insistono le pie donne. La barzelletta va avanti un bel po’ e alla fine Gesù dice “che Pasqua di merda”.

Che secondo me ci ride tanto anche Gesù su questa barzelletta…

Perché se proprio vogliamo inviarci qualcosa, dovremmo inviarci  battute, quelle vere, quelle che ti ci metti a ridere con le lacrime e non riesci a smettere, quelle che ti va via il fiato tanto che ridi come i bimbi piccoli quando si fanno male e vanno in apnea per minuti interi che nel frattempo hai chiamato il rianimatore; dovremmo inviarci pezzi di noi, dovremmo farci ridere, o piangere, con gli sms, dovremmo avere il coraggio di essere quello che siamo, vuoti o pieni o a metà, dovremmo sfruttare questa grande, enorme occasione che ci è piombata addosso con uno starnuto di qualche cinese che ha mangiato due pipistrelli in umido qualche mese fa, per sgretolare questo muro di inutili e patetiche convenzioni ipocrite che parlano da sole. Mai cosi forte come adesso.

Buona Pasqua. Ma Buona Pasqua che?

Pensiero Magico

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All’incirca ogni due anni vado a trovare una maga. E’ una persona coltissima, ha scritto vari libri sull’astrologia , la kabbahlah ebraica, i tarocchi e le grandi tradizioni esoteriche.

Ha un approccio che farebbe impallidire uno psicanalista.

Ha una proprietà di linguaggio impressionante.

La prima volta che ci sono andata però, non sapevo niente di tutto ciò, me l’aveva semplicemente consigliata una cara amica di cui mi fido molto. La prima volta, ci sono andata e basta.

Quando arrivai nel suo appartamento mi sono ritrovata in una casa assurda, maleodorante e disordinata, al limite del disagio. Lei, una tipa strana, logorroica, bizzarra, con capelli troppo lunghi e incolti per l’età e una ricrescita inquietante . Ma, appena iniziò a parlare, si rivelò decisamente magnetica.  Magnetica nel modo in cui guardava, in cui ascoltava, in cui agganciava il mio sguardo.

Non so perché, da allora, sento il bisogno di andarci regolarmente. In fondo io sarei una donna di scienza.

Probabilmente è perché ho un concetto di scienza molto ampio. La scienza non può spiegare tutto, anzi, alla fine spiega molto poco. La scienza non spiega l’amore, quello vero, non spiega perché due persone che sono state insieme 80 anni muoiono a distanza di due giorni uno dall’altra, non spiega malattie incurabili che si curano, non spiega chi si lascia morire con un corpo sano. La scienza non spiega un’infinità di cose. Per tutto l’inspiegabile basterebbe semplicemente accettare che una spiegazione non c’è. Ma siccome l’accettazione è forse una delle attività più difficili per l’essere umano, ci rifugiamo nelle religioni o nella magia.

Ed io, quando posso, mentre alleno l’accettazione, sgattaiolo nella casa maleodorante della maga.

Eppure, mai come quest anno, la visita alla maga mi è stata consolatoria.

A gennaio ero li.  Prima che nel mondo si sapesse ancora del Coronavirus , io salivo quella rampa di scale e mi mettevo a sedere su una sedia di legno in un salotto pieno di libri di un accumulatrice seriale.

A gennaio, quel giorno, dopo un fantastico massaggio thai di qualche ora prima, in quel salotto invaso da uno strano sole caldo invernale, facevo domande sul lavoro, sull’amore, sulle storie passate, sulla fiducia. Poi, prima di andarmene, mentre ci salutavamo, fu come un impulso proveniente dall’ esterno. “La salute” chiesi. “Dimmi della salute”. Mi fece rialzare le carte a metà. “tutto bene Valentina”. “sei sicura?” “si, le carte sono chiare, tutto bene”.

7 Aprile 2020. Devo ringraziare la maga se, da un mese a questa parte, riesco a mantenere la calma. Devo ringraziare quelle carte logore se, oggi, non mi lascio prendere dalla disperazione, passando da un reparto a un altro, vedendo pazienti più giovani di me che respirano male quasi senza accorgersene e si ritrovano intubati, chiedendoci di non farli morire perché hanno figli piccoli, devo ringraziare la magia, se non vedo mio figlio da più di un mese e evito di pensare a quell’ultimo giorno che l’ho visto e che potrebbe davvero essere l’ultimo.

Si, non ringrazio l’idrossiclorochina, il remdesivir, il lopinavir, il ritonavir o il ruxolitinib. Io ringrazio la maga e il meraviglioso pensiero magico, ringrazio quella bambina che è in me e che non mi lascia mai. E quando mi sento persa rivedo quella scala e quella donna bizzarra con la ricrescita (che adesso non si nega a nessuno) che mi ripete “si, le carte sono chiare, tutto bene”.

Smettetela di chiamarci eroi

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Sono una nefrologa dell’ospedale di Livorno. Lavoro in ospedale ormai da 15 anni, la maggior parte dei quali proprio nell’ospedale di Livorno che ormai è un po’ casa mia.

Conosco tutti e quasi tutti ormai conoscono me, anche se molti ancora mi chiamano “signorina”, e, ohime nemmeno più signorina ma” signora”, perché il tempo passa per il mio aspetto, ma non per i pregiudizi culturali.

Scrivo questa lettera a titolo personale ma sapendo che parlo a nome di molti medici e infermieri.

Smettetela di chiamarci eroi. Smettetela di ringraziarci. Smettetela con i cartelli fuori dell’ospedale per noi . Smettetela con le iniziative vergognose e umilianti di chiederci di farci le foto in servizio con l’hastag #CiPrendiamoCuraDiVoi

Noi siamo sempre gli stessi. Siamo quelli che fino a due mesi fa avete assalito, offeso, aggredito, umiliato. Siamo sempre i soliti che ci facciamo in quattro . Lo abbiamo fatto fino ad ora: quando un collega si ammala copriamo il suo turno, se se ne ammalano due ne copriamo due, se se ne ammalano tre ne copriamo tre, senza straordinari, con le ore in più che ci tagliano ogni 4 mesi; siamo quelli che veniamo a lavorare malati, ingessati. Gli infermieri fanno notti consecutive senza recuperare. Sapete cosa vuol dire passare una notte intera in piedi? Spesso con ricoveri, urgenze, ma anche se una notte è tranquilla (che tranquille tranquille non sono mai). Sapete cosa significa vivere tra i puzzi, tra la diarrea, nel vomito, tra le urla degli anziani che in ospedale si disorientano? Immaginatevene due di seguito. Da noi gli infermieri lo fanno se un collega è malato. Non abbiamo sabati sera, domeniche, feste, ponti. Non ci possiamo sognare mai di unire due festività. Devi baciare per terra se te ne tocca una. Veniamo in reperibilità, svegliati alle tre, alle quattro di notte, da sempre, senza mai fiatare, magari perché tizio è stato a una festa e ha esagerato e va dializzato d’urgenza. Non stacchiamo mai. Ci telefoniamo sempre a casa fra colleghi:” avrò fatto bene? Mi sono dimenticato di vedere gli esami di tizio….controlla a che velocità ho messo questa flebo, c’era casino magari ho sbagliato”. Ci telefoniamo, ci messaggiamo quando dovremmo stare tranquilli a casa con i nostri cari che, sapete, abbiamo anche noi. E anche loro si ammalano, anche loro muiono. Anche noi ci separiamo. E noi continuiamo a venire a curarvi, a sentire i vostri sfoghi, a vedere le miserie umane, e le bellezze umane, ogni giorno.

E quindi si anche noi sbagliamo. Si sbagliamo. Con una piccola differenza: che non possiamo permettercelo. Mai. E se lo facciamo (ma spesso anche se non lo facciamo) ci denunciate

Siamo gli stessi che aggredite quando la mamma di 96 anni muore, e spesso ci fate causa, come se le persone non dovessero mai morire

Siamo gli stessi che offendete in ambulatorio urlando perché non possiamo assicurarvi una visita in tempi brevi, come se fosse colpa nostra e non di chi l’intero popolo vota e accetta da sempre come pecore.

Siamo gli stessi che offendete perché il parente non reagisce a una terapia, o perché ha sanguinato dopo un intervento, o perché respira male magari dopo che ha fumato 40 sigarette al giorno per 40 anni.

Siamo gli stessi che aggredite in pronto soccorso dove andate anche solo perché vi s’è scheggiata un’unghia e pretendete tempi rapidi e soccorsi impeccabili, e soprattutto gratuiti.

Siamo gli stessi che minacciate IN CONTINUAZIONE di denunciare. Siamo gli stessi che denunciate in continuazione.

Siamo quelli a cui scaricate i vostri genitori anziani perché non vanno d’intestino e fate pagare alla comunità migliaia di euro di un ricovero perché col cavolo che pagate 30 euro un infermiere per fare un clistere a casa , perché voi avete diritto. Tutti hanno sempre diritto. Diritto a non pagare mai un euro di più, diritto a non aspettare, diritto a essere visti sempre dallo stesso medico, diritto ad avere infermieri perfetti, medici perfetti mai adirati, mai stanchi, non solo bravi ma anche gentili.

Siamo quelli di cui non vi fidate perché su internet c’è scritta un ‘altra cosa

E’ vero la mia categoria è a volte indifendibile. Ci sono gli avidi, i menefreghisti, i boriosi. Ma non sono tutti cosi. Lo zoccolo duro della categoria NON E’ COSI. La maggior parte dei medici che lavorano lo fanno per missione. Lo fanno perché lo abbiamo scelto, perché ci piace la medicina, perché ci piace aiutare. Quelli sono i medici. Gli altri sono le mele marce come ne esistono in tutti i lavori, nessuno esclusi.

Eppure ci avete tolto tutto, ci avete tolto i sussidi, le forze, il rispetto, ma soprattutto ci avete tolto, l’entusiasmo, la passione, la trasparenza. Ci avete reso stanchi, cinici, abbrutiti. Certo è stata la politica, le nostre classi dirigenti, le nostre ineffabili direzioni, ma siete anche voi utenza. Perché tutto alla fine poi passa di lì. Quello scambio finale, quello tra medico e paziente è quello che alla fine ti fa ridere o piangere.

Per cui non chiamateci eroi per favore. Perché noi non siamo cambiati. Noi siamo gli stessi di due mesi fa. Siete voi che negli anni siete cambiati.

L’armatura

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Ogni settimana faccio ambulatorio. Prime visite. Persone mai viste.
È un po’ come fare un viaggio o andare al cinema a vedere un film per la prima volta. Non sai bene cosa ti aspetta. Non sai come ti sentirai dopo, non sai se prevarrà la frustrazione o la tenerezza o la tristezza o L’entusiasmo . Ogni settimana entro in qualche animo nuovo e mi guardo attorno.
Sono anni che visito le persone ma prima non mi interessava entrarci dentro. Prima ero concentrata sui numeri, sulle loro parti meccaniche, sugli organi,  ma anche sulla forma, sull’educazione, sulla simpatia o antipatia. Prima ero occupata a difendermi. Dalla mia timidezza, dalla necessità che riconoscessero che sono brava, dalla mia poca stima. Ora non ho più paura. Ho sempre quell’armatura alle 8.00 del martedì, perché ce L ho cucita addosso come una pelle di serpente che si rigenerera la notte,  ma verso le 8.30 ho già tolto l’elmo e gli spallacci e i cosciali, e piano piano non c è più niente a schermarmi. Così mi affaccio, nuda, dentro le persone. Persone diverse, brutte, belle, vestite bene, male, maleodoranti, grasse, magre, sudate.
Ed è strano come solo da poco abbia imparato ad accendere le luci. Fino a poco tempo fa entravo al buio, luci spente, finestre stoppinate. Non guardavo niente , sentivo odore di chiuso, odore “di casa” come dice la mia collega,  e scappavo via il prima possibile. Ora ho imparato a accendere la luce, a entrare lentamente, e non ho più paura ne freddo. E quando sono dentro apro le finestre e ogni volta, immancabilmente, riesco a vedere anfratti nascosti che contengono piccole cose preziose, mobili di valore sotto la polvere di questi animi stanchi.
Così ho visto il bel ragazzo biondo che cerca di sentirsi grande e non vuole la mamma accanto durante la visita, perché da quando ha 7 anni che gli bucano i reni e piscia sangue e va ogni mese all ospedale, e solo dopo scopro che il babbo è morto quando aveva due anni e immagino questa mamma sola che teme di perdere anche il figlio e che ora non riesce a lasciarlo andare perché quella paura è un po’ come la mia armatura, ricresce ogni notte, appena ti addormenti.
E ho visto una donna stanca di accompagnare il babbo novantenne alle visite e che pensa che alla fine si può anche morire a una certa età, ma non si può tanto dire, ma a me lo puoi dire sai cara donna stanca perché io lo so. E la donna stanca ha iniziato a scrivermi ricette di cucina mentre io visitavo il babbo e non vedevamo l’ora di parlare di quelle. E finalmente giù dopo a parlare di lasagne con spinaci e pomodorini, o di trippa o di pasta al forno fatta coi “nodelli” delle tagliatelle.
E ho visto il ragazzo giovane che sembra un norvegese ma credo sia del quartiere la leccia, che ha una leucemia da 10 anni e lo vedi subito che è un fumino e appena glielo ho detto ha lasciato andare il piglio, perché poteva finalmente non combattere, non in quel momento, non in quella visita.
Ho visto tante altre piccole cose preziose, polverose, mezze rotte ma colorate , sotto quel dolore che copre sempre un po’ tutto. Poi ho rispento la luce e sono uscita. Fino al prossimo martedì.

Il pullman

pullmanOggi è stata una giornata interessante in ospedale.
Il martedì ho ambulatorio e certi ambulatori sono davvero una finestra sull’umanità labronica.
Tipo oggi, mi sa che si era fermato un pullman di “sono parecchio bizzarro” fuori e sono tutti confluiti nel mio ambulatorio.
Il primo pareva un serial killer. Secondo me era un serial killer. Un serial killer con un lieve screzio renale. Parlava a rilento. E si bloccava ogni volta che veniva interrotto, un po’ come un professore vecchio stampo, che incute terrore solo con lo sguardo e con i tempi giusti.
È difficile spiegare questa cosa. Ma ogni volta occorre fare uno sforzo particolare per non considerare chi si ha davanti un essere umano bensì un paziente. La distinzione è fondamentale. Perché un paziente per definizione non è né simpatico né antipatico, né piacevole né spiacevole, né bello né brutto. È un paziente. E basta.
Invece lui era profondamente antipatico, scontroso e decisamente inquietante. L’unica cosa che riuscivo a pensare è che lo volevo fuori dalla mia vista.
Così ho premuto il pulsante DOTTORE nel mio ippocampo e ho cambiato modalità.
Ho lasciato che i suoi modi fluissero come in un racconto, ho lasciato che si sfogasse, ho permesso al SUO rancore di trovare un piccolo spazio dove incanalarsi e sono arrivata in fondo.
Non so come so fare questo. Lo so fare e basta.
A volte penso che quello che io reputo una dote in realtà sia solo l’anticamera di una strage; magari un giorno prenderò un mitra e sparerò sulla folla come quel film “un giorno di ordinaria follia” con Michael Douglas.
A volte penso che invece potrei riuscire persino ad evitare che qualcuno spari sulla folla.
Ok lasciatemi un minimo di auto esaltazione….
Insomma dal pullman sono scesi parecchi altri personaggi curiosi.
Uno che ripeteva continuamente “ce l’ho ,ce l’ho” a qualsiasi mia richiesta del tipo “che medicine assume?” o “ma le ultime analisi come sono?”
Sembrava quando eravamo piccini e ci scambiavamo le figurine Panini. CELO MANCA.
Poi è arrivato l’aggressivo maleodorante. Così maleodorante che ho dovuto aprire la finestra con 5 gradi di temperatura esterna e lui che mi chiedeva perché tenessi la finestra aperta. Ha raccontato di quando ha buttato via l’apparecchio della pressione alla moglie perché se la misurava troppo spesso, di come lei gli rompe per il mangiare, di come si vive una volta sola e bisogna godersela. E più nominavo il suo colesterolo , più lui mi raccontava di come mangiava volentieri il grasso del maiale che la moglie “pesa” scartava. Vabbè credo che la moglie se lo ricomprerà presto l’apparecchio e che nessuno glielo butterà più via…
C è stato il mitomane che mi ha raccontato di essere stato molto intimo con Brigitte Bardot , Edwich Fenech e altre ancora che scorrazzava con la sua Ferrari.
Non devo aggiungere che ognuno di questi mi chiamava SIGNORA vero?
Ognuno di loro.
Poi però , alla fine, una gentile e minuta novantottenne (si ho detto novantottenne!) è entrata nell ambulatorio. Con le sue gambe. Mi sorrideva, cercava rassicurazione nei miei occhi anche se aveva la forza di un età che non si può stupire più di tanto.
E quando le ho detto “ma perché L hanno mandata qui? Sta meglio di me!”
Mi ha risposto “poveretti, si vede che volevano essere gentili”.
Ecco. A volte alla fine di un pullman di strani e puzzolenti arriva un passeggero che ha sbagliato corsa  e ti parla di gentilezza. Dopo novantotto anni di chissà quanti pullman…

I’m back

Eccomi, ci sono, sono tornata.

E’ passato molto tempo lo so, e d’altronde a volte occorre tempo per ritrovarsi, ritrovare la voglia di leggere e soprattutto la voglia di scrivere.

Bello tornare e scrivere per se stessi, come se non ci fosse un domani, ma soprattutto senza aspettarsi che nessuno ti legga.

Allora lettori immaginari, ho pensato che nei prossimi giorni avrò voglia di raccontare un po’ di aneddoti di tutti i giorni. Di tutti i miei giorni. Sta per partire la mia nuova rubrica: appunti di una giovane “signorina”: racconti di un medico donna nel 2018.

Per chi non mi conoscesse (cioè tutti) il mio leitmotiv che mi porterà alla tomba è che nessuno mi chiama mai dottoressa. Nel 2018 in Italia, in Toscana, infatti una donna medico è una “signora” o “signorina” non una dottoressa. Per qualche strano motivo, a me questo accade più costantemente che alle colleghe, ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Per l’appunto sono smontata da poche ore dalla notte e le notti in ospedale, si sa, sono sempre foriere di mille spunti per qualche riga.

Ieri notte, mentre già la neve aveva imbiancato vialetti e auto parcheggiate all’interno dell’ospedale, mi chiamano dal pronto soccorso per una consulenza. Così mi imbacucco che paio un serial killler candidato al golden globe e vado. Il mio reparto è distante dalla maggior parte delle unità operative e pertanto occorre fare un pezzo all’esterno oppure passare da un tunnel ove ci sono altri colleghi (serial killer intendo) candidati al globe , o potrebbero esserci, o comunque il camminarci di notte diciamo che non viene esattamente consigliato come attività per donne sole.

Insomma arrivo al PS, faccio la mia consulenza e, accanto a me sento la collega cercare qualche psichiatra per un carcerato che aveva ingoiato due pile.

Ho lavorato in carcere appena dopo la specializzazione, come “signorina” ovviamente. Un periodo intenso emotivamente e professionalmente, che mi fece scoprire un’umanità e una realtà che altrimenti non avrei conosciuto facilmente. Una medicina che funziona all’incontrario: non devi ascoltare cosa riferisce il paziente per capire cosa ha, ma se il paziente ha davvero quello che dice di avere; un posto in cui è difficile entrare tanto quanto uscire; un ambiente in cui devi filtrare sempre ogni racconto, ogni emozione e devi lavorare senza sapere chi stai curando perché un medico cura senza giudizi ne pregiudizi. Tutte cose che servono molto più fuori del carcere ma che in carcere hai modo di imparare bene. Insomma i tentati gesti autolesivi in carcere sono comuni e spesso servono solo per protesta o per uscire di lì.

Lo stupore infatti non mi è venuto dal carcerato ma dallo psichiatra. I colleghi psichiatri non smetteranno mai di stupirmi. Vivono in un mondo tutto loro, secondo criteri tutti loro, parlano una lingua loro e si muovono persino in un modo tutto loro. Intuivo dall’andamento della telefonata che lo/la psichiatra continuava a chiedere alla collega del PS se secondo lei era una cosa normale l’ingestione delle pile (cioè un atto da inquadrare in una quasi “abitudine” dei carcerati) o se potesse sembrare uno che voleva davvero suicidarsi. Ci mancava se avesse voluto sapere se le pile erano ricaricabili…Forse chi non è del mestiere non sviene come stavo per fare io di fronte a una domanda del genere ma, ecco, mi verrebbe da dire che ci sarebbe voluto uno psichiatra per rispondere a quella domanda.

Ma d’altronde, che ne so io,  sono solo una signorina.