Dollari e ottovolanti 

  
Mi trovo in una clinica privata per motivi familiari. Vedo dottori che si aggirano con aria sapiente, si sentono importanti. Si riempiono la bocca di paroloni poco armoniosi. Il segno del dollaro nei loro occhi come paperone. Vederli da lontano, li rende così piccoli e meschini. Li guardo e non sanno che conosco ogni sfumatura di questo mestiere, ma di quello vero, quello vissuto in ospedale e non nel privato o in università, ove gli specializzandi ti fanno tutto, persino metterti la carta igienica sul water così che ti appoggi quando devi pisciare. Ragazzi a cui si sentono di non dovere nulla, tanto meno insegnare, anche perché per insegnare spesso bisogna sapere. E pochi sono professori, con la P maiuscola,soprattutto tra i baroni. 

Pensavo che io credo nella sanità pubblica. Ci credo dopo tutti questi anni. Ci credo nonostante le miserie e gli episodi di malasanità che vedo accadere. Non biasimo certo il collega onesto che fa un po’ di intramoenia. Certo non lo fa per arricchirsi. Ma è inconcepibile questa monetizzazione, come avviene qua dentro, senza confini, di una professione come la nostra. Perché la Medicina ti avvolge e ti trascina giù come su un ottovolante. Ti fa sentire la paura e l’ebbrezza. Ti fa venire la nausea ma non vedi l ‘ora di farti un altro giro. Tocca ogni sfera, umana e sociale, ti fa annusare la miseria, la paura, la fragilità, senza filtri ne mascherine per il naso. Io credo nella sanità pubblica. Credo nel diritto di ognuno di ricevere le cure migliori. Nel diritto di morire con dignità e di vivere con dignità. Sarà per i maestri che ho avuto e che ho. Per i quali non si è mai abbastanza bravi, né attenti, né scrupolosi. Fino a che ti rendi conto che a forza di insegnarti, non sai più scendere dall’ottovolante. 

San Valentino… Balliamo!

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Questa cosa che , il giorno di San Valentino, si balli per il One Billion Rising, ovvero la campagna contro la violenza sulle donne, fondata da Eve Ensler, che ha l’obiettivo di raggiungere un miliardo di persone, è semplicemente brillante.
Il fatto di festeggiare l’amore combattendo la violenza contro le donne secondo me è geniale .
Proprio perché spesso chi compie violenza contro le donne è convinto di amarle e chi la subisce, a sua volta, è spesso  convinta di essere amata. È un mondo contorto, in cui niente è in bianco e nero, in cui ci sono mille sfumature di grigio, in cui l’odio e il possesso mascherato da amore si mischiano e nessuno ci capisce più nulla. Mentre è tutto così semplice. Quando si ama non si è violenti. Così come l’asciugatrice che ha il compito di asciugare. E se non asciuga è rotta (mi riferisco a un mio vecchio post in cui un tecnico della Miele voleva convincermi che la mia asciugatrice non fosse rotta benché non asciugasse).
E, proprio oggi, continuo a pensare alle donne. Compresa quella donna che ha ucciso il suo bambino di 6 anni e poi si è suicidata. Continuo a pensare a questa donna. A quello che deve aver vissuto, lasciata sola da tutti, e che deve aver attraversato un inferno che io non riesco neppure a immaginare.  Perché per uccidere tuo figlio occorre essere in fondo a un abisso così profondo e freddo e senza appigli;  perche per uccidere tuo figlio di 6 anni, quando lo fai è perché tu pensi solo di salvarlo così, e se pensi di salvarlo facendolo morire, vorrei sapere chi le stava accanto come ha fatto a rendere il suo inferno di ghiaccio.

L’esercito silenzioso

esercito-terracotta

Per me è sempre molto difficile difendere la categoria dei medici. Perché in effetti, quando mi guardo intorno, ci sono molti medici ignoranti, avidi, avidi e ignoranti insieme (caratteristiche spesso comprese nel pacchetto). È difficile difendere la categoria lo so. È difficile perché si sbaglia tutti, sbagliano anche quelli bravi e a volte uno sbaglio per alcuni di noi significa morte. Ed è imperdonabile lo so. Io quando lavoravo a Londra misi uno dei miei primi cateteri venosi giugulari a una ragazzina che per poco non morì. In realtà non rischiò la vita per colpa del catetere ma perché ebbe una reazione allergica che le fece gonfiare la gola e li per lì sembrò un sanguinamento causato dal mio atto che le comprimeva la trachea. Ma cambiò poco. Io non sapevo farlo e avrei potuto benissimo causarle un danno. E molti altri atti impropri fatto da me sono seguiti, salvata solo dal fatto che 1) io non mollo mai 2) io non mi vergogno mai di chiedere aiuto, mai!!!. (E forse , 3) dal fatto che ho e ho avuto maestri d’eccellenza sia professionalmente che umanamente).
Ci sono colleghi a cui è sfuggito un esame (dico un esame!) con conseguenze letali. Sono cose che succedono purtroppo. A tutti.
E non ci si può giustificare dicendo “ma sapete che cosa proviamo noi? Sapete che significa quando in quelle inutili specializzazioni create solo per dare cattedre a baroni spocchiosi e inutili non ci insegnano nulla e poi improvvisamente ci troviamo specializzati e sbattuti in una corsia a gestire qualsiasi cosa senza casco ne cinture di sicurezza? Sapete quante umiliazioni viviamo di continuo nei fallimenti, nei frequenti rimproveri in un mondo gerarchico come quello ospedaliero, e nelle critiche di utenza e colleghi? Sapete come ci si sente a respirare morte e malattia e sofferenza ogni giorno? Sapete come si sopporta l’impotenza di fronte all ineluttabilità, alla povertà, al disagio,alla solitudine? E sapete come ci si sente davanti al cinismo che giorno dopo giorno dobbiamo costruire dentro di noi per non soccombere?
Sapete come ci si sente a lavorare con ostacoli continui burocratici, con tagli perpetui e ineluttabili, con carenza di personale, con malumori, con il fiato sul collo di chi ha paura di perdere un parente e diventa irrazionale perché è così, è umano, ma anche di chi vede il guadagno di parenti vecchi e lontani che forse possono ancora fruttare qualcosa, perché l’umanità è varia? Sapete come ci si sente di fronte a governanti che decidono con la scure o con la strategia politica del momento, tanto loro, perdonate il qualunquismo che non sarà mai abbastanza vero, se si ammalano vanno a farsi ricoverare dar mejo e ner mejo..??”Lo so, sono problemi nostri. Abbiamo scelto noi un lavoro così e i problemi rimangono fuori. E così devono rimanere fuori le nostre vite, i figli, che ci siano o no, malati o sani, i compagni o le compagne che ci siano o meno, che rimangano, che vadano, che a volte non ti alzeresti dal letto e invece, quel giorno, ti aspetta il signore anziano che ti racconta di come è morta sua figlia pochi giorni prima. Quest’umanità che ti risucchia ogni giorno, senza anestetico. Ma non è per gli sbagli che non riesco a difendere la categoria. È per la pletora di medici arroganti, “saponi” (come dico io che poi significherebbe presuntuosi), pieni di se, avidi nel portafoglio e nell’animo, scansafatiche, meschini. A un medico non si perdona . Ed è giusto. È giusto non perdonarglielo. Ma poi, riallacciandomi a quello scambio di lettere con Gramellini che gira su FB, esiste un esercito di medici silenziosi che merita che io giustifichi questa categoria. Medici di tutti i tipi, razze, nazionalità, che davvero vorrebbero solo fare il Medico con la M maiuscola. Non parlo di me. Cioè, anche di me. Perché io sono timida. E la timidezza a volte mi fa sembrare seria o arrogante.
Ma è solo timidezza. Poi certo sono anche stanca a volte, e sbaglio, molto, e sono labronica talvolta nel senso di “fumina” e cinica e si, anche stronza ok; ma, anche se poco,con un basso grado, senza modestia, mi sento anche io parte di quell’esercito. E voglio poterlo difendere. A dispetto dei medici incompetenti e arroganti. Sono molto più nemici di noi quei medici che dei pazienti. Vi assicuro.

Supermercati e Supersnob


Sto guardando “Che tempo che fa” di ieri sera registrato (cioè con my Sky hd dato che io i comfort ce l’ho tutti, in ordine alfabetico, o meglio alla F mi manca ancora il frigo per cosmetici, alla M il materasso massaggiante i trocanteri e soprattutto alla S lo sventilatore umano che mi fa anche le unghie mentre mi sventola). Allora per Fazio ho sempre nutrito sentimenti ambivalenti. Mi è sempre piaciuto “che tempo che fa”, ho conosciuto personaggi, scrittori, registi, filosofi ecc ecc che magari non avrei altrimenti scoperto. Concordo più o meno con il pensiero di base. Adoro la Littizzetto. Tuttavia non ho mai tollerato quello snobismo spocchioso che è sempre un po’ strisciante.

Tornando alla puntata di ieri sera, Fazio fa un introduzione con lui che adora andare a fare la spesa al supermercato perché gli dà sicurezza, deride a modo suo i negozi di quartiere (gli alimentari) e poi si scaglia contro chi fa la spesa online mentre è a un meeting o in palestra perché toglie semplicità e naturalezza, che poi sono i presupposti della felicità.

Allora caro Fazio, penso che se tu avessi uno stipendio medio, un lavoro normale, pochi aiuti in termini di collaboratori e baby sitter vari, problemi di parcheggio, di scadenze da ricordare, di fisico o peso da mantenere, odieresti andare a fare la spesa in quegli squallidi centri commerciali che poi non hai mai le buste dietro e se hai quelle non hai la moneta per il carrello e se per un caso hai entrambe hai dimenticato a casa il portafoglio e te ne accorgi alla cassa; e devi lasciare la macchina lontanissima che poi non ti ricordi mai dove l’hai messa e vaghi per ore con il carrello che non si sa perché vira sempre tutto da una parte; e dove comunque sei costretto a recarti ad orari improbabili, prima di prendere i figlioli se uno ce l’ha, o di andare dai genitori da accudire per alcuni, e odieresti ritrovartici stanco e sfatto quando mori di fame appena uscito dal lavoro che poi ti ritrovi anche a comprare le salsicce farcite di nutella. Ameresti i negozietti di quartiere soprattutto i miei che mi portano tutto (pur di sopravvivere, bilateralmente intendo). E soprattutto daresti un rene per avere la possibilità di fare la spesa online con uno che ti porta a casa 6 casse d’acqua e una vagonata di prodotti per pulire e carta igienica (e assorbenti ovviamente) perché , mentre tu te ne vai a fare il tuo sport preferito per rilassarti in montagna, dosato sapientemente nello sforzo e nel riposo secondo metodiche zen, altri sono acciaccati da dolori vari e è già tanto se riescono a prendere del brufen in farmacia. Per cui risparmiaci il predicozzo sulla spesa online e, soprattutto, lascia perdere il concetto di felicità. Non parlo di me che prima o poi avrò il mio sventilatore personale. Parlo di chiunque. Perché spesso il concetto di felicità , mio caro Fazio e compari radical chic, può variare notevolmente da persona a persona…

Certo poi, invita Frassica (un genio della comicità, io lo potrei sposare!!!) che dice “io in Corea ci sono stato .. A fare un corso di Coreografia” e gli perdono tutto…

“Tu chi sei?” “Una nefrologa, Homer”

homer ps

Oggi ero in Pronto Soccorso. Sono stata chiamata in consulenza per un’urgenza arrivata in elicottero. Per fortuna non si è dimostrata una vera urgenza. Cioè non un’urgenza da elicottero (ma solo a posteriori). Tuttavia a quest’omo un elisoccorso inutile gli si può passare dato che in 70 anni si è fatto l’esami stamani per la prima volta in vita sua. Non si può dire che abbia gravato sul SSN.

Arrivata in shock room (ebbene si all’ospedale di Livorno abbiamo la shock room, accanto alla ponce room) trovo il cardiologo (maschio), l’urologo o sedicente tale (maschio), il medico del pronto soccorso (maschio), un’infermiera del pronto soccorso. Ci conosciamo tutti. Arriva poi un radiologo assunto da poco (maschio) e che non conosce nessuno. La richiesta del radiologo per poter fare l’ecografia insieme al paziente in questione veniva da me. Il cardiologo, collega bravo e gentile, aveva quasi finito la sua valutazione e stava terminando alcuni accertamenti. Il radiologo appena arrivato inizia a parlare con l’urologo “ma ci siamo già conosciuti mi sembra”…”tu chi sei?” “chi sei tu?”, “ sai io sono qui da poco”, “bene ora guardiamo..” e cosi via. Poi si guarda intorno. Il medico del PS lo conosceva già. Intravede un altro maschio alfa e chiede “e lui chi è? Il cardiologo?” svelando una grande occhio clinico avendo indovinato la specializzazione di uno vestito da dottore che stava facendo un’ecografia cardiaca. Nel frattempo io stavo facendo domande al paziente che a sua volte si rivolgeva solo ai maschi alfa (premetto che il fenotipo del paziente in questione lo giustificava in tal senso…). Poi dico al radiologo “puoi guardargli anche la vena cava inferiore?”. Lui mi guarda con uno sguardo che ricorda molto Homer Simpson di fronte al Giudizio Universale. E non mi risponde neppure. Poi capisco che non risponde perchè ha capito che esisto e che le mie sembianze femminili forse non si associano necessariamente alla figura di una collaboratrice domestica, senza alcuna offesa verso la categoria sia chiaro, ma che immagino non abbia studiato il significato della valutazione ecografica della vena cava inferiore come indice di idratazione. Infatti successivamente facendo l’ecografia guarda la vena cava inferiore. Premetto che questo radiologo è bravo. O almeno mi è sembrato tale. In tutto questo, mentre il paziente continuava a dire ad alta voce “HO VOGLIA DI PISCIARE DOTTORE” e c’era in atto una diatriba fra IL DOTTORE (l’urologo) e lui circa la possibilità o meno di riuscire a trattenere lo stimolo, mi avvicino al collega del pronto soccorso e a bassa voce gli dico “so che tu non te ne sei accorto in quanto uomo, ma vorrei farti notare una cosa, a puro scopo sociologico”; “cosa?” , “hai notato che il radiologo si è informato su chi fosse l’urologo, chi il cardiologo e che non mi ha neppure visto? Nonostante le domande, le questioni (permettetemi lo sfogo, le uniche questioni salienti che andavano poste, qui lo dico e qui lo nego)..?” “no in effetti non ci avevo fatto caso”. Il paziente chiede all’urologo se lui fosse l’urologo e lui risponde di si. Si scusa per il suo bisogno di pisciare e viene perdonato con magnitudine. Tutti sono rasserenati.

Questo è il fatto. Uno dei tanti.

Non è concentrarsi sul proprio lavoro, qualsiasi esso sia. Non è, nel nostro caso, dover essere brave da riuscire a fare una diagnosi e poi una terapia, trovarsi a prendere decisioni difficili, spesso da sole, a qualsiasi ora del giorno e della notte, qualsiasi cosa attraversi la tua vita, che tu abbia la morte nel cuore o tu venga da un fine settimana romantico. Che tu abbia figli o che tu non li abbia. E che tu stia male per qualche motivo che li riguarda o che tu stia male perché per il tuo maledetto lavoro alla fine i figli non hai mai trovato il modo di farli, o che tu stia male perché i figli non li hai voluti ma in quanto donna non ti è concesso  non volerli.

Non importa quanto intuito hai, quanti cateteri venosi centrali in vene inesistenti riesci a mettere, quante delusioni sopporti, quanti danni eviti.

Prima di tutto devi esistere. Devi farti riconoscere. Le tue prime energie, quelle più importanti, quelle più efficaci, quelle che ti fanno scattare nella reazione “lotta o fuggi” devi impiegarle per dire “sono donna, sono medico, sono anche brava”. Mentre gli altri scaldano neuroni più o meno funzionanti, tu devi passare dall’ufficio riconoscimenti neuroni, farti mettere un timbro, una marca da bollo, spesso l’ufficio è chiuso o c’è una riunione sindacale, poi alla fine…dopo molto, stanca, sfatta, con il trucco (che io non so neppure mettere troppo bene) sbaffato, puoi iniziare a “lavorare”. Quando si è donna, si parte sempre dopo, come da bimbetti quando si facevano le gare e si diceva “te parti dopo, svantaggio tuo”. E’ così, non c’è niente da fare.

Eppure sono contenta. Sono contenta di non avere mai la faccia da homer simpson, ne da stupido dottore che non deve mai mettersi in discussione perché non ne ha bisogno, perché il suo aspetto squallido e scontato non ammette dubbi, indipendentemente dalle sue (spesso scarse ) qualità. Sono contenta di essere scambiata per qualsiasi cosa. Perché alla fine c’è una diagnosi. Una terapia fatta bene. Un paziente che nessuno di loro ha inquadrato, e che mi ha raccontato la sua vita. E alla fine un radiologo, secondo me bravo ripeto, costretto a chiedermi “tu chi sei? La cardiologa?” “ No Homer, sono la nefrologa”.

 

Alè Ginger

zenzero

 
La mia nuova fissa è lo zenzero. Devo dire che apprezzo lo zenzero da molto tempo, allorchè Daniele, in uno dei miei consueti episodi di afonia improvvisa, mi consigliò lo zenzero caramellato. In realtà non mi fece assolutamente niente alla voce in compenso ingrassai 25 kg. Diventai una donna afona obesa.
Io ho sempre sofferto di questi episodi.
Il primo comparve quando stavo andando a dare l’esame di diritto privato all’università, in quel breve periodo che fui iscritta alla facoltà di legge. Avevo dormito da sola a Pisa e a quei tempi ancora non parlavo da sola, per cui non sapevo di essere afona. Entrai in un bar prima dell’esame e chiesi un caffè. O meglio, provai a chiedere un caffè. Mi toccò mimare alla fine. Sembrava il gioco dei mimi. Una parola. Quante lettere… Lo presi come un segno del destino. Chissà, ora forse, se non fossi stata afona quel giorno, sarei un avvocato famoso e piena di soldi. Invece zoppico vestita da tirolese in ospedale…(vedere post di ieri su fb…).Seguirono molti altri episodi, così all’improvviso diventavo afona. Mi videro vari otorini, fra cui un giorno un collega che non era entrato in specializzazione in Nefrologia l’anno in cui entrai io (…) e che mi diagnosticò una forma di schizofrenia paranoide. (Voi pensate che scherzi ma non scherzo…). A quei tempi avevo scoperto un farmaco, l’Allurit, a base di alluminio. Era formidabile. Miracoloso! In poche ore mi tornava la voce. Ma, fu tolto dal mercato. Spero che questo fatto non sia collegato al fatto che mi facesse tornare la voce…Non farebbe bene alla mia autostima.
Tornando allo zenzero, dopo il kefir, la pasta madre ecc, è la volta dello zenzero. Quando io mi appassiono a qualcosa questo qualcosa diventa l’unica preoccupazione. Così ora esistono le tisane allo zenzero, torte allo zenzero, pasta allo zenzero, centrifughe a base di zenzero, studio gli effetti dello zenzero sulle varie funzioni corporee. Leggo qualsiasi cosa riguardi lo zenzero e la sua famiglia (è della famiglia del cardamomo, lo sapevate??? Nel mio cervello persino questo assume una rilevanza, quando diciamocelo, ci importa una sega del cardamomo in realtà…). Ma il peggio è che inizio a cucinare cose strane a base di zenzero, che se già prima facevo male la pasta al pomodoro figuriamoci le pietanze esotiche…Orlando sta chiamando gli assistenti sociali allo zenzero.
Lo so, si chiama disturbo ossessivo compulsivo. Disturbo ossessivo compulsivo allo zenzero.

“Provocando in bicicletta, accanto a te….”

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E’ arrivata la mia bici! Sono molto fiera. Anzi direi proud.
A parte il fatto che domani me la rubano. Quasi quasi se incontro un ladro gliela regalo subito io, tanto per non subire il dispiacere, l’umiliazione, tutti quei sentimenti strani di quando si subisce un torto. Come disse Orlando quando si rimase chiusi fuori a Stoccolma e non riuscivamo a trovare un fabbro “ma non si può telefonare a dei ladri?”. Ridemmo a lungo all’idea di cercare la parola Ladri sull’elenco telefonico. Non lo facemmo solo perché non sapevamo come si dice ladri in svedese. Provai Lakrits e mi rispose una liquirizia. Salata.
Ora, l’incipit ironico del post mi fa pensare a una conversazione che ho avuto oggi pomeriggio con un’amica (che non è su fb e quindi posso dire tutto ciò che voglio). Sosteneva che il mio modo di essere ironica a volte è provocatorio. Cioè intento a sedurre. Senza rendermene conto, intendeva lei. Una forma di “agito” insomma, per parlare in termini psicoanalitici. Così abbiamo parlato di come si è e di come ci si percepisce. E’ strano come ci si veda cosi diversi da dentro a volte, rispetto a fuori. Come se una parte di noi viaggiasse su un binario tutto suo per poi ritrovarsi improvvisamente in stazioni non programmate.
Io sono una che scherza. (Ripensandoci ho già anche scritto un post analogo in passato, con intenti diversi ovviamente). Io darei non so cosa per una battuta geniale. Quando mi escono delle battute con la B maiuscola sono entusiasta più che quando riesco a mettere un catetere venoso centrale tunnellizzato. Riesco persino a provare invidia per battute bellissime dette da altri. Ricordo perfettamente tutte le mie battute più belle. Ricordo quei momenti come si ricordano attimi di intenso romanticismo. A volte penso persino che potrei fare la comica, con un buon supporto che mi aiuta a scrivere i testi potrei davvero farlo. Mi inalbero se vedo comici che non fanno ridere alla TV. Cioè per me scherzare è una cosa seria!
Io non provoco quando scherzo. Scherzo. E’ il mio modo di comunicare. E’ più forte di me. Ho sacrificato amicizie (conoscenze diciamo) per il gusto di una battuta. E, poi certo, se voglio sedurre pure uso l’ironia. E reciprocamente l’ironia mi seduce.
Insomma siamo come siamo. E se, l’idea che abbiamo di noi stessi e la percezione che diamo è distante, pace!
Io mi vedo come una persona, anzi come un medico (che è l’80% di come mi vedo) sensibile, cinica, ironica, contorta, debole, che volerebbe via se un macigno dentro non mi tenesse giù. Forse da fuori sembro un menestrello “provocatorio” che viaggia su una bicicletta bizzarra (ancora per poco), sicuramente non sembro un medico, casomai una “signora o signorina”(che è l’80% di come mi vedono).
Due entità quasi separate insomma.
Quello che è certo è che continuerò a fare battute idiote finche morte non ci separi.

Fermiamo il mondo e…lasciamoci amare

 

Vi capita mai di avere bisogno di fare una cosa ma proprio non vi riesce?

Ecco! Io ho bisogno di scrivere un post su questa cosa delle unioni civili.

Il mio cervello è inondato da potenziali post demenziali che farebbero ridere, a parte le solite gag su Orlando, post sui discorsi scemi che facciamo in ospedale, sulle assurdità che talvolta accadono negli ambulatori, sul genere umano medio….ma respinge tutto, un po’ come Orlando quando gli passano la palla a basket, perché c’è questa cosa impellente (e in parte repellente) che mi rimbalza dentro.

Eppure non ci riesco. Mi sento come quando ci si gira e ci si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno.

E mi chiedo perché? Perché non riesco? Di solito quando inizio a scrivere le parole fluiscono fuori senza fatica. Le immagini mi vengono incontro.

So perché non riesco. Non ci riesco perché è una cosa enorme. Perché è inafferrabile per il mio cervello. Perché è sottolineare l’ovvio e io odio sottolineare l’ovvio.

Perché non si possono che dire le solite noiose banalità. In quanto “banale” vuol dire appunto “ovvio, scontato”.

Perché è una cosa così ovvia e scontata che non riesco a concepire .

Perché solo dover parlare della necessità di una legge del genere è un’enormità.

Perché è talmente enorme l’idea che un manipolo di persone possa decidere chi deve amare chi fra persone consenzienti, ma anche senza amore volendo, chi possa decidere di passare la propria vita con chi. Chi merita di avere figli e chi no (ma non sulla base di parametri umani ma sessuali). Chi cresce meglio i figli rispetto a chi.

Esistono persone che decidono con chi e come devi fare l’amore. Cioè decidono, mi si perdoni l’esempio ma è esattamente di questo che si tratta, che il sesso anale o orale, o certe posizioni, o l’uso di stimolatori erotici, vanno bene solo se fra un uomo e una donna, e meglio se sposati.

Bisognerebbe fermarsi tutti insieme. Tutto il mondo per un attimo. La terra stessa dovrebbe potersi fermare per vedere dall’alto tutto ciò. Io mi immagino un enorme risata universale.

Mi ricorda molto quando una volta al liceo mi fu ritirato un compito di latino e presi due. Mi ricordo che mi sembrò una cosa enorme, abissale allora. E penso sempre come rivedevo quella scena pochi anni dopo, mi riguardavo e mi faceva sorridere.

Ecco è un po’ così, bisognerebbe riuscire a vivere in un paese che guarda come siamo ora e sorride, quasi con tenerezza, per le nostre infinite incapacità di esseri umani.

Sensi, di marcia e non solo…

 

C’è quella famosa barzelletta del tizio che guida in autostrada e sente alla radio “attenzione, attenzione, un pazzo sta guidando controsenso in autostrada” e lui “uno solo?!?!”

Ecco, generalmente io mi sento così.

Ora, nella barzelletta è evidente che il tizio ha torto e che esistono delle regole ben precise e che lui ha commesso uno sbaglio contravvenendole.

Ma io non parlo di errori, né di regole contravvenute.

Parlo di sensi e sensazioni. Mi viene in mente quella mostra permanente che c’è a Ferrara, che cito spesso, di Antonioni. “Le montagne incantate”. Antonioni fece fotografie di alcuni particolari di montagne e poi le riprese da lontano. I particolari e le immagini intere erano due cose completamente differenti (anche se in realtà erano due modi diversi di vedere la stessa cosa). Banalmente i particolari apparivano brutti e le montagne stupende. Io acquisii da questa mostra che a volte occorre guardare le cose un po’ più da lontano per apprezzare la loro bellezza. L’interezza spesso dà una luce diversa alle cose e anche alle persone.

In effetti, se guardo da lontano il mio senso di marcia, vedo tantissime altre persone che vanno nella mia direzione. E l’immagine di tutti questi cerchi in effetti è molto più bella del particolare.

Ghepardi, gazzelle e avanzi

ghepardo

Tempo fa ho visto un documentario sui ghepardi. Dicevano che il ghepardo quando deve acchiappare una gazzella calcola istintivamente il bilancio tra il dispendio di energia che serve per catturarla e il nutrimento che ne deriva. Quindi scatta solo se ne vale la pena. Se pensa che deve correre troppo magari rischiando di non farcela non parte neppure.

Pensavo che anch’io nelle relazioni umane che mi impongono di lottare faccio cosi (eccetto che in sindrome premestruale). Io mi dispongo alla lotta laddove penso di poter ottenere un risultato altrimenti non parto neppure. Non so se è un bene o un male. Sembrerebbe razionale e intelligente in realtà conduce a relazioni sempre di tutto o nulla che alla fine sono faticose. Il problema con me si pone quando parto sbagliando i calcoli perché la gazzella è più veloce di me, perché allora rischia di diventare l’unico mio scopo nella vita, ma questo è un altro discorso….

Altre persone invece iniziano l’inseguimento e basta, generalmente per il gusto anche solo dell’idea di poter annusare il sangue, altre per il gusto di inseguire, altre per la fame (ne conosco uno in particolare…che in questo momento mi sta inseguendo per la casa “quando si mangia? Quando si mangia?”), altre ancora perché gli hanno insegnato di provarci sempre. Alcuni inseguono senza aver mai preso una preda e si nutrono di avanzi lasciati da altri. Che in fondo è un po’ quello che io penso di chi adora giudicare. Oggi parlavo con una persona di questo. Ora, è vero, tutti in fondo giudichiamo. Ma se uno prova ad essere a volte ghepardo, a volte gazzella e a volte avanzo, difficilmente lo fa. Perchè inseguire è sfinente e scappare fa paura e avanzare è umiliante.

Così impari a inseguire solo per nutrirti e a fuggire solo per sopravvivere e ad avanzare perché occorre sapersi arrendere. E non hai tempo né voglia di giudicare.