“Tu chi sei?” “Una nefrologa, Homer”

homer ps

Oggi ero in Pronto Soccorso. Sono stata chiamata in consulenza per un’urgenza arrivata in elicottero. Per fortuna non si è dimostrata una vera urgenza. Cioè non un’urgenza da elicottero (ma solo a posteriori). Tuttavia a quest’omo un elisoccorso inutile gli si può passare dato che in 70 anni si è fatto l’esami stamani per la prima volta in vita sua. Non si può dire che abbia gravato sul SSN.

Arrivata in shock room (ebbene si all’ospedale di Livorno abbiamo la shock room, accanto alla ponce room) trovo il cardiologo (maschio), l’urologo o sedicente tale (maschio), il medico del pronto soccorso (maschio), un’infermiera del pronto soccorso. Ci conosciamo tutti. Arriva poi un radiologo assunto da poco (maschio) e che non conosce nessuno. La richiesta del radiologo per poter fare l’ecografia insieme al paziente in questione veniva da me. Il cardiologo, collega bravo e gentile, aveva quasi finito la sua valutazione e stava terminando alcuni accertamenti. Il radiologo appena arrivato inizia a parlare con l’urologo “ma ci siamo già conosciuti mi sembra”…”tu chi sei?” “chi sei tu?”, “ sai io sono qui da poco”, “bene ora guardiamo..” e cosi via. Poi si guarda intorno. Il medico del PS lo conosceva già. Intravede un altro maschio alfa e chiede “e lui chi è? Il cardiologo?” svelando una grande occhio clinico avendo indovinato la specializzazione di uno vestito da dottore che stava facendo un’ecografia cardiaca. Nel frattempo io stavo facendo domande al paziente che a sua volte si rivolgeva solo ai maschi alfa (premetto che il fenotipo del paziente in questione lo giustificava in tal senso…). Poi dico al radiologo “puoi guardargli anche la vena cava inferiore?”. Lui mi guarda con uno sguardo che ricorda molto Homer Simpson di fronte al Giudizio Universale. E non mi risponde neppure. Poi capisco che non risponde perchè ha capito che esisto e che le mie sembianze femminili forse non si associano necessariamente alla figura di una collaboratrice domestica, senza alcuna offesa verso la categoria sia chiaro, ma che immagino non abbia studiato il significato della valutazione ecografica della vena cava inferiore come indice di idratazione. Infatti successivamente facendo l’ecografia guarda la vena cava inferiore. Premetto che questo radiologo è bravo. O almeno mi è sembrato tale. In tutto questo, mentre il paziente continuava a dire ad alta voce “HO VOGLIA DI PISCIARE DOTTORE” e c’era in atto una diatriba fra IL DOTTORE (l’urologo) e lui circa la possibilità o meno di riuscire a trattenere lo stimolo, mi avvicino al collega del pronto soccorso e a bassa voce gli dico “so che tu non te ne sei accorto in quanto uomo, ma vorrei farti notare una cosa, a puro scopo sociologico”; “cosa?” , “hai notato che il radiologo si è informato su chi fosse l’urologo, chi il cardiologo e che non mi ha neppure visto? Nonostante le domande, le questioni (permettetemi lo sfogo, le uniche questioni salienti che andavano poste, qui lo dico e qui lo nego)..?” “no in effetti non ci avevo fatto caso”. Il paziente chiede all’urologo se lui fosse l’urologo e lui risponde di si. Si scusa per il suo bisogno di pisciare e viene perdonato con magnitudine. Tutti sono rasserenati.

Questo è il fatto. Uno dei tanti.

Non è concentrarsi sul proprio lavoro, qualsiasi esso sia. Non è, nel nostro caso, dover essere brave da riuscire a fare una diagnosi e poi una terapia, trovarsi a prendere decisioni difficili, spesso da sole, a qualsiasi ora del giorno e della notte, qualsiasi cosa attraversi la tua vita, che tu abbia la morte nel cuore o tu venga da un fine settimana romantico. Che tu abbia figli o che tu non li abbia. E che tu stia male per qualche motivo che li riguarda o che tu stia male perché per il tuo maledetto lavoro alla fine i figli non hai mai trovato il modo di farli, o che tu stia male perché i figli non li hai voluti ma in quanto donna non ti è concesso  non volerli.

Non importa quanto intuito hai, quanti cateteri venosi centrali in vene inesistenti riesci a mettere, quante delusioni sopporti, quanti danni eviti.

Prima di tutto devi esistere. Devi farti riconoscere. Le tue prime energie, quelle più importanti, quelle più efficaci, quelle che ti fanno scattare nella reazione “lotta o fuggi” devi impiegarle per dire “sono donna, sono medico, sono anche brava”. Mentre gli altri scaldano neuroni più o meno funzionanti, tu devi passare dall’ufficio riconoscimenti neuroni, farti mettere un timbro, una marca da bollo, spesso l’ufficio è chiuso o c’è una riunione sindacale, poi alla fine…dopo molto, stanca, sfatta, con il trucco (che io non so neppure mettere troppo bene) sbaffato, puoi iniziare a “lavorare”. Quando si è donna, si parte sempre dopo, come da bimbetti quando si facevano le gare e si diceva “te parti dopo, svantaggio tuo”. E’ così, non c’è niente da fare.

Eppure sono contenta. Sono contenta di non avere mai la faccia da homer simpson, ne da stupido dottore che non deve mai mettersi in discussione perché non ne ha bisogno, perché il suo aspetto squallido e scontato non ammette dubbi, indipendentemente dalle sue (spesso scarse ) qualità. Sono contenta di essere scambiata per qualsiasi cosa. Perché alla fine c’è una diagnosi. Una terapia fatta bene. Un paziente che nessuno di loro ha inquadrato, e che mi ha raccontato la sua vita. E alla fine un radiologo, secondo me bravo ripeto, costretto a chiedermi “tu chi sei? La cardiologa?” “ No Homer, sono la nefrologa”.

 

Guardie e ladri … di sonno

medico

Mentre scrivo sono di guardia in ospedale. Le guardie si vedono subito come andranno. Ci sono quelle serate in cui arrivi e c’è una calma piatta, una leggerezza nei movimenti degli infermieri, pazienti sorridenti. Alcuni ti tocca svegliarli per dargli il sonnifero. E sono sere che sai che andranno lisce come l’olio. Poi ci sono le sere ove c’è calma ma nervosa. Quelle in cui avverti che sta per arrivare il cataclisma. Un po’ come delle piccoli luci sismiche, senti qualcosa nell’aria come i cani prima dei terremoti. Generalmente a un certo punto della notte o magari in tarda serata arriva l’urgenzona , ti scatta l’adrenalina, infili tubi in qualche vena centrale, salvi qualche vita, parli con aria da buono ma potente con i parenti e vedi il ringraziamento nei loro occhi e ti sembra che le forme dell’esistenza ritrovino un allineamento perfetto. Infine ci sono le serate come queste. Quelle in cui si verificano una serie di eventi, assolutamente senza senso, clinici e non, con un andamento pressoché continuo. Il senzatetto che si infila in un letto d’ospedale e tu che, tuo malgrado, per motivi medico legale, sei costretto a farlo alzare e la polizia che interviene in tenuta antisommossa neppure fosse uno dell’Isis. Oppure, per es scatta l’allarme antincendio su tre piani con una voce da Belfagor che urla insistentemente di abbandonare il reparto, e vecchini ed energumeni extracomunitari che si aggirano impauriti, senza ovviamente che esista alcun incendio e con l’arrivo del tecnico reperibile a sbloccare l’allarme che ti fa capire cosa significa vedere la Madonna. Ti chiamano alle tre di notte per una a cui sono gonfiati i genitali (la famosa urgenza notturna nel libro Medical Emergencies al capitolo Gonfiore dei genitali nell’emergenza-urgenza….e soprattutto gonfiano anche i tuoi come reazione…). Ti telefona un paziente alle 5 del mattino lamentando che perde sangue con le urine e poi scopri che ti sta chiamando con il suo cellulare dal reparto di Medicina di un altro ospedale di un’altra città ove è ricoverato. Ti arriva una telefonata per un plausibile trapianto di rene e tu chiami il ricevente a fare la dialisi di routine pretrapianto e lui ti dice che l’indomani è impegnato con la fidanzata e non crede di potercela fare per il trapianto.

Ecco, dopo una notte così, la mattina te ne vai con la speranza di trovare qualcuno per strada da poter investire per poi ripassarci sopra a marcia indietro. E io stasera, se piove di quel che tuona come si suol dire…me la sento scivolare….

Stiff

stiff

Stasera ho guardato “Presa Diretta”. Non lo faccio mai perché mi deprime e io sono notoriamente nazionale popolare e con un discreto lato di superficialità che mi consente di galleggiare. Presa diretta non si confà esattamente con la pietra pomice che è in me. Però l’ho guardato perché parlavano dei vaccini, e , si sa, questo argomento mi interessa, è più forte di me. Diciamo che l’aver visto Checco Zalone nel pomeriggio aveva spianato la strada. Non che Checco Zalone sia leggero, anzi…..e se qualcuno lo pensa davvero significa che non ha molte capacità analitiche.

In trasmissione hanno ripreso alcuni medici che hanno dei blog in cui combattono per le proprie idee. Hanno ripreso medici che lavorano  in Africa ove il vaccino è un miraggio. Hanno parlato con genitori di bambini piccoli morti per malattie evitabili…insomma tutto ciò che io rifuggo generalmente calandomi nella mia realtà nazional popolare che comprende fare il medico all’Ospedale di Livorno, con le mie stupide battute, e il mio cinismo da quattro soldi.

Mio malgrado, mi sono ritrovata a cercare di ricordare perché ho scelto di fare il medico. Davvero non ci riesco. Ricordo i quaderni delle elementari che mi ha mostrato mia sorella Nicoletta (che adora scavare nel passato a differenza di me, forse perché lei nel passato si sente forte mentre io mi ci sento sparire) in cui nel pensierino a 7 anni “che vuoi fare da grande?”scrivevo “io voglio fare la dottoressa così che posso tenere in braccio tanti bambini” (accanto a pensierini inconfessabili pena l’esclusione dall’eredità o la pubblicazione delle foto di famiglia di me vestita da odalisca a 8 anni mediamente obesa). Ricordo la lezione di fisiologia sulla contrazione del muscolo con un meccanismo di interazione fra actina e miosina su cui ho già scritto un post in passato e che trovai folgorante (non il mio post, la lezione)…

Ma perché ero a guardare quella lezione? Cosa, dopo essermi iscritta a lettere, avere brillantemente superato l’esame di ammissione a veterinaria, avere dato due o tre esami a legge, cosa mi spingeva comunque a passare davanti a via Roma 55 a Pisa a guardare gli studenti di Medicina uscire dalla Facoltà di Medicina e Chirugia? Ci ho pensato tante volte. Credo volessi cimentarmi in qualcosa di universale. Una scienza che puoi operare ovunque, che non ha confini, razze, sesso. Età , beh…no…l’eta si… pediatria è un po’ un mondo a se….

Io volevo l’assoluto. Veterinaria non poteva darmelo. Legge non poteva darmelo. Neppure lettere poteva darmelo anche se ci si avvicinava molto. Volevo sporcarmi, volevo sentirlo il dolore per poterne rifuggire, volevo sentirmi forte e debole al tempo stesso, avere paura e sangue freddo. Volevo capire quello che muove l’uomo e quindi il mondo, a fondo e in superficie, volevo avere che fare con i mitocondri e, al tempo stesso, con l’odore del sangue nelle feci, con la vita e con la morte, con gli odori, con tutti i sensi, nessuno escluso. Con le cose scabrose e con gli animi puri. Volevo avere a che fare con l’umanità.

Per un pelo non sono diventata un medico legale. La mia esperienza con la medicina legale è stata fantastica e meriterebbe un articolo a sé. Devo dire che io svenivo di continuo. Dal primo giorno in qualsiasi reparto cascavo a terra come una pera cotta. Il Prof Martino, recentemente scomparso, purtroppo, e che Livorno tiene nel suo cuore, mi portava in sala operatoria da matricola e erano più le volte che ne uscivo stesa che ritta. La cosa è durata anni, persino a Londra quando vedevo fare le prime fistole arterovenose sulle braccia, o a Copenaghen in ginecologia. Mi resi conto che il dolore mi provocava angoscia così mi buttai sulla medicina legale. Ma anche lì, i primi sacchi neri che arrivavano, l’idea di non sapere cosa contenessero, cosa svelassero (e in effetti a volte contenevano pezzi smembrati, ricordo di un suicidio sotto un treno), mi facevano svenire. E poi l’odore. Quell’odore nauseabondo di putrefazione misto alle immagini. Era insostenibile per me. I medici legali mi presero in simpatia perché io non mollavo mai. Svenivo. Mi rialzavo e tornavo. Ricordo una volta, avevo casa a Pisa comprata da pochissimo, ancora non abitabile, ci vivevo con un fornellino elettrico e avevo comprato per cena delle cosce di pollo, per l’appunto dopo un pomeriggio alla morgue. Provai a cucinarle e non riuscivo a non odorare quell’odore del pomeriggio… Buttai via tutto. (E poi si dice uno non ha l’amore per la cucina…). Un giorno, dopo l’ennesimo svenimento all’ennesima autopsia, il medico legale mi disse “non andartene Valentina, esci aspetta 5 minuti e rientra e non usare mascherine per il naso”. Così feci. Quando rientrai mi girava sempre un po’ la testa. Voleva farmi stendere su un lettino autoptico di metallo ma io declinai cortesemente. Allora mi portò nella cella figorifera per mostrarmi le cose che davvero avrebbero dovuto impressionarmi, e non la povera signora anziana morta di pancreatite di cui sopra…Tirò fuori dalle celle extracomunitari ritrovati incaprettati nella sabbia di Tirrenia, morti sgozzati, tossici uccisi in carcere…. Insomma, con quei suoi colori desueti con cui aveva imparato a guardare la vita, mi costrinse a una realtà che mi “guarì”. Vi giuro, da quel giorno, dopo circa 4 anni, non svenni più. Diventai la mascotte delle autopsie. Niente mi faceva più impressione e, vi assicuro, ho visto cose che voi umani…..Presi 30 e lode a medicina legale nonostante la telefonate di mio padre ,noto avvocato, la sera prima “senti tesoro se il Prof…ti chiede se sei mia figlia mi raccomando nega “ (quando si dice essere raccomandati…).

Eppure quando arrivai a scegliere la specializzazione, non ce la feci. Uno di loro mi aveva messo in guardia sulle autopsie dei bambini, su quel tipo di lavoro a lungo termine, su tante altre cose. Non ce la feci a scegliere i morti. Così scelsi la vita. La vita che finiva. Il dolore…Ma pure sempre viva nel momento che arrivava a me

Diciamo che io non ho mai mollato e generalmente non mollo mai. Anche oggi il mio primario si stupisce di come, nonostante la mia inettitudine manuale, diventi brava a fare certe cose. Perché non mollo.

E quindi mi perdonino tutti quelli che scrivono cose impegnate. Io ho bisogno di lasciarmi andare in questo mio futile blog nazional popolare. Perché divagando trovo la forza per non mollare. E non mollando posso fare il medico. Quello che sognavo da quando ho 7 anni.