Meduse e assertività

Adoro essere assertiva. Non intendo dire che adoro quelli che lo sono. Io adoro quando riesco ad esserlo io.

Penso ai bambini piccoli: quando iniziano a camminare, fanno qualche passo, poi indietreggiano e cascano di sedere. Con quel pannolino che fa quel plof, quel tonfo ovattato. Poi si rialzano, un po’ goffi, e ricominciano. Finché non camminano spediti, dopo settimane, e poi corrono, sicuri. Certo, il pericolo è sempre dietro l’angolo perché i bambini, anche una volta acquisite le capacità motorie, non prevedono. Quindi ci sta che svoltino l’angolo e sbattano una discreta musata. Però il controllo si affina, si allunga la catena posteriore, si sviluppa la propriocezione plantare.

Ecco, io l’ho fatto a 55 anni, da primaria. Non con l’equilibrio, s’intende: quello si è sviluppato fisiologicamente (salvo troppi cocktail Martini), anche se di me si racconta fossi una bella bignolina impacciata. L ho fatto con il saper dire di no. A 55 anni ho imparato (sto imparando?) a mettere confini. Quelli sacrosanti che dovresti avere nel DNA. Dovrebbero spuntarti a un mese di vita, come proteine che si incastrano tra loro e costruire paletti, direttamente dal nucleo delle cellule, con la catena di montaggio di DNA, RNA messaggero, ribosomi e tutto il resto. Invece, a me quelle cellule lì non hanno mai funzionato. Ho passato anni a sentirmi come le meduse sciolte sul bagnasciuga a ogni richiesta. Tralascio il percorso che mi ha portato ad oggi. Ma ora mi sento una discreta medusotta di tutto rispetto. Ancora un po’ da perfezionare, ma intanto ho una forma.

Non sono la Turritopsis dohrnii, nota come “medusa immortale”, tantomeno la medusa criniera di leone, la più grande al mondo, con tentacoli spettacolari.

Mi piace pensarmi come la Aurelia aurita, medusa che sa orientarsi, distinguere gli ostacoli e imparare dall’esperienza per adattarsi all’ambiente. (Mi piace pensarmi, ho detto…)

Ho finalmente superato la fase del cascare all’indietro dei bambini, ho acquisito propriocezione e una certa armonia muscolare. So teoricamente quando devo dire no e , udite udite, lo dico! Non sempre ma quasi sempre. Faccio persino i conti con i miei sensi di colpa, a cui ormai sono affezionata, e sento l’universo che mi sorride. Un po’ per pena, un po’ per simpatia.

Infatti, diciamoci la verità: assertiva, assertiva con eleganza, non lo diventerò mai. Dico di no, ma mi incazzo e ci rimugino, e ci rimango male, e ne parlo per giorni.

Ma un giorno sarò  una Cassiopea andromeda (la medusa rovesciata): vive con l’ombrella rivolta verso il basso per ospitare alghe simbionti che le conferiscono colori particolari.

E quei simbionti, però, se esagerano, li mando affanculo.

La Gaussiana

Io amo la normalità. Quella che sta in una gaussiana. Mi dà sicurezza. E sopratutto mi rappresenta. Me ne discosto spesso mio malgrado. È più forte di me. Ed ogni volta è un peso, un piccolo strappo , come quando ti strappi un muscolo. Doloroso. Eppure non riesco a non farlo. Vorrei starci incollata su quella campana, vorrei la poltrona d’onore al centro. Senza strapparmi ogni volta.
In questi giorni un’amica si è ammalata. Gravemente. A chi non succede? Di ammalarsi intendo o di avere un amico, amica, compagno, compagna, figli, genitori che si ammalano.
E d io che vivo nella malattia, chi più di me lo sa? E chi non lo ha già vissuto alla mia età? Eppure ogni volta annusare la morte da vicino, più vicino del solito, mi fa male, un male bestia, un male che è difficile starci dentro, ma è nella gaussiana. E se ne parlo con qualcuno mi capisce. Perché è lì, il 68 % + o – 1 mi capisce. E quell intesa mi fa bene. Mi circonda e sono tanti il 68%, ti senti meno sola, ti diluisce quel male acuto.
Lo so che poi di quel 68, al 67,9 non gliene frega una minchia, ed è giusto così in fondo, però in qualche modo siamo tutti lì, nella gaussiana. La curva nord. Quella dei mondiali, dell Italia quando ci giocava ai mondiali, della coppa Barontini a Livorno quando sei a guardarla, della fumata bianca o nera del Papa.

Le diagnosi, le malattie, gli amici che si ammalano , e che non c entrava una cazzo, e che potrebbe succedere a te. E che per non pensarci ti fai un gin tonic anzi due anzi tre, ma non avevo smesso? La paura, l istinto , che farei io? , che farà?. In unica grande gaussiana che ti abbraccia e ti consola.
Come si fa ad aver paura di essere normali?

Islanda


Tornata ora dall Islanda. L unica domanda che mi faccio è “come ho fatto a non esserci andata prima?”. E siccome non esiste il caso, evidentemente dovevo andarci ora. Dovevo girarla a quasi 55 anni in un minivan, facendomi docce nei campeggi ed espletando in bagni pubblici. Vero è che chi lavora in ospedale vive perennemente in un campeggio… È stato un viaggio più grande di me. Come essere dentro a un documentario sulle origini della terra. Come capire quanto non si conta un cazzo. Quanto niente sia nostro. Come vedere tutto da lontano. Come le montagne di Antonioni. L Islanda è un mondo a parte, di pecore, cavalli purissimi, che sembra abbiano fatto la piastra alla criniera e che quasi ti sorridono, a differenza della gente, chiusa nel loro sopravvivere. Un viaggio di odori, di zolfo e bosco e acqua . Un viaggio di colori. Ma di quelli veri. Il nero. Il verde. Il blu. Un viaggio di cobalto, magma, silice. Un viaggio dentro. Dentro domande a cui credevo di aver già risposto, dentro progetti che continuano a affollarmi la testa. Un viaggio che non ti lascia ripartire. 
Eppure sono ripartita e sono tornata. Ed ho amato pisciare e cacare nel mio bagno senza dover uscire a 3 gradi di notte , cercando di non appoggiarmi sul water, cosa che i miei quadricipiti tendenzialmente non aiutano a fare . Ho amato dormire in un letto pulito e comodo e mettermi dei vestiti normali. Ho amato amare queste cose, che ci sembrano normali. Ho amato me che le amavo. Ma mi manca. Mi mancano i silenzi, mi manca quella forza , quel sentirsi fuori da tutto. Credo di aver capito cosa provano gli astronauti. Io il mal d’Islanda non l ho mai sentito nominare, ma ce l’ho. Un male bello che mi dà pace. Come se tutta quella lava e quel ghiaccio mi facessero sentire meno sola. Con il ghiaccio che raffredda la lava e la lava che riscalda il ghiaccio. Sento meno rabbia, quella bestia che devo addomesticare ogni giorno. Raffreddo la rabbia e riscaldo il cinismo. Forse non mi manca l Islanda . Forse mi manca quello che ero mentre ero lì

Polpi e inglesi

So di essere inglese. Reincarnata. Incarnata. In carne. Senza carne. Non importa . Lo so.

Lo sono nell’animo. Più che altro nello humour.

Lo humour inglese mi fa impazzire. È come un linguaggio, anzi un segnale di riconoscimento, tra specie.

Un po’ come le megattere. Producono canti che possono durare anche mezz’ora e propagarsi per decine di chilometri sott’acqua. Le melodie cambiano nel tempo e si diffondono perfino tra popolazioni diverse.

Anche i polpi comunicano tra loro cambiando colore o muovendosi in modi strani.

Le api. I pesci. Gli alberi.

Noi umani siamo convinti che il mondo sia nostro. Ma non lo è.

Siamo solo una specie fra tante. A differenza delle altre abbiamo una strana peculiarità: passiamo metà del tempo ad ammazzarci fra noi. E l’altra metà a cercare soldi per salvarci.

Scusate. Ho divagato.

Mentre scrivevo pensavo ai polpi. E ai livornesi, razza alla quale appartengo, con uno strano rapporto d’amore e odio, perché mi fanno da specchio nel bene e nel male.

Un popolo strano. Ancora abbastanza incontaminato.

E si torna allo humour.

I livornesi scherzano. Chi capisce, bene. Chi non capisce, pace.

Non sono certo british, ma in fondo ridere è un obiettivo comune. Divertirsi. Sdrammatizzare. Alleggerire.

Io medito. E ci credo. Seguo gruppi, guru, ritiri.

Ma ridere… ridere non ha uguali.

Non esiste corpo, zabuton, diamante sul cuscino, mantra, mezzo loto, respiro, ritorno. Non esiste nulla che possa competere con una risata vera.

Quelle che ti tolgono il respiro. Come i bambini quando inciampano. Cadono. Si rialzano. Non si sono fatti niente. Ma vedono la paura negli occhi degli adulti e capiscono che devono piangere.

E allora iniziano. Un pianto terribile. Senza respiro. Si bloccano. Vanno in apnea. E stai quasi per chiamare il rianimatore.

Con i meditanti, quelli veri, non si ride.

Ecco, gli inglesi per me sono una via di mezzo. Una sintesi tra il meditante e il livornese.

In questi giorni, però, ho avuto un’epifania.

Dopo una vita passata a dire: «E che cavolo» (che io pronuncio “cazzo”), «ma possibile che uno si offenda per una battuta?», una persona a me estremamente cara, e molto più giovane, è rimasta seriamente turbata per una battuta, forse più per un modo di fare, livornese . Anzi, da più battute o modi di fare, ho poi scoperto.

Battute che credo fossero “livornesi”. Forse non erano battute non lo so . Ma forse si. di quelle che probabilmente anch’io ho fatto per tutta la vita. E che continuo a fare. Quelle di cui mi nutro. Che mi permettono di vivere, sdrammatizzare, schermarmi, nascondermi, vivere insomma. O sopravvivere forse.

Chissà perché l’amore ha la capacità, a volte, di renderci ciechi e, altre, di fare da laser sul cristallino.

Chissà quante persone ho ferito così.

Forse lo faccio ancora.

Per me il senso dell’umorismo è intoccabile. È una religione.

E questa scoperta è stata come una bestemmia urlata in chiesa.

Poi ho pensato che, se uno bestemmiasse in chiesa, a me non fregherebbe niente.

Perché, se Dio esiste, secondo me sarebbe il primo a sbellicarsi dalle risate.

E alla fine rimarrò sempre un polpo che cambia colore per farsi riconoscere da altri polpi , inglesi.

Per fare due risate insieme.

Anatomia di una sincronicità

In questo periodo sono incappata (non si incappa mai in realtà, è questo il tema di oggi) nel tema delle coincidenze, o meglio, delle sincronicita, come amano dire i guru.

Quel qualcosa per cui tu balli e l’universo ti porta…

Una trentina di anni fa, all’università, mi innamorai di medicina legale. In realtà mi innamoravo un po’ di tutto, una specie di puttana curricolare insomma. Ma la medicina legale fu un vero amore , non solo un flirt. Il professore ordinario era un uomo monumentale, serioso, dalla voce e dagli occhi che sapevano troppo. Un gigante severo, di quelli che ti fanno venire voglia di imparare tutto solo per il gusto di sentirti approvata da loro. All’esame presi trenta e lode, con la domanda per la lode che sfido chiunque altro ad averla saputa. Quella lode fu una carezza ruvida che non ho mai dimenticato.

Quando arrivò il momento di scegliere davvero, però, non ce la feci e mi tirai indietro.Scappai, lo ammetto, davanti all’idea di avere a che fare con i bambini morti.

O forse era solo una scusa. Forse, banalmente, preferivo i vivi.

Più impegnativi, certo, ma almeno a volte guariscono. O ti ringraziano. O ti raccontano storie, anche assurde, e tu puoi ancora ridere, ascoltare, discutere.

Così la medicina legale restò lì, in un angolo della mia storia. Come quelle passioni giovanili intense ma impraticabili, che non rinneghi mai del tutto.

Poi, come accade a chi ha l’anima piena di “prima o poi lo farò”, un giorno mi sono iscritta a un corso di teatro ( vedere post precedenti …). Era da una vita che ci giravo intorno. Prima il lavoro, poi la famiglia, poi la stanchezza. Ma quest’anno no. Quest’anno è stato diverso.

Mi ci sono buttata con la leggerezza di chi ha smesso di cercare scuse.

Tre insegnanti, tutti diversi. Ma una in particolare: quella che mi fa un po’ più ridere, ma solo perché ha un modo di far ridere che mi risuona, che tocca quelle mie corde di bimbetta che ride per “cacca culo” e per il gioco “chi ride prima perde”, e al tempo stesso a cui scappa qualche coltissima citazione che immancabilmente non colgo, ma soprattutto quella di cui annuso la ruvidezza di chi ha dovuto tappare un po’ troppi buchi dell anima. Una di quelle persone che ti chiedi che vita abbia avuto, cosa che a me peraltro capita poco, perché , purtroppo o per fortuna, raramente la gente mi incuriosisce. Può sembrare snob , probabilmente lo è, lo sono. Ma di base a me di che fanno o pensano gli altri non me ne frega una beata cippa (lippa).

Insomma, ieri scopro che è la figlia di quel professore.

Sì, proprio lui.

Quel gigante della medicina legale, quello della lode, quello dei bambini morti.

Ho sentito una leggera scossa.

Non è una coincidenza. È un punto che si chiude. Una porta che si riapre. È come se il passato mi avesse fatto l’occhiolino, travestito da presente.

Ora non studio medicina legale. E non so recitare (ancora). Ma mi sento perfettamente nel mio copione. Anzi, a tratti mi pare quasi che qualcuno lo stia scrivendo con me. Con un discreto stile peraltro.

E quindi universo, balliamo, conduci tu…

Scivolare via

Non bisognerebbe scrivere quando si è tristi. Un po’ come non bisognerebbe andare a fare la spesa quando si ha fame. Si finisce per riempire il carrello di cose che fanno più male che bene, e che in condizioni normali non si sarebbero mai comprate. Anche se, non so cosa è peggio. Nel lungo, a volte noioso, inseguimento al mangiar sano, ti ritrovi a prendere tofu come fonte proteica — salvo poi maledirlo —, verdure che non hai nessuna voglia di cucinare, e cibi che, in fondo, lo sai che non sfamano.

Ma la mia tristezza oggi è sobria, quasi noiosa, di quelle che, per continuare il paragone, ti farebbero uscire dal supermercato con l’insalata già lavata, la mozzarella — ma non di bufala campana perché chissà cosa c’è sotto —, il petto di pollo bio anche se sei vegetariana nell’animo, e magari una birra in offerta che nemmeno ti va.

Però, la mia tristezza, complice una simil-polmonitella che mi indebolisce decisamente e mi fa molto sentire la Principessa Sissi quando la spedivano al mare con la tisi, con l’unica differenza che ho una casa da buttar via e mi manca la servitù (cioè non l’unica differenza… l altra è che al mare io ci sono già, volendo un’altra piccola differenza la si può trovare nelle origini non nobiliari, le mie intendo…), beh dicevo, la mia tristezza oggi è un gran traguardo.

Sì, perché un tempo io la tristezza non potevo nemmeno immaginarla. Quando la sentivo arrivare,sgusciavo via come un’anguilla che, tra le radici sommerse o nella melma di una pozza, scorge un’ombra sopra di sé — e sparisce con la stessa velocità sorprendente.

E, esattamente come un’anguilla, non avevo bisogno di vedere la via di fuga: la sentivo, la intuivo, come se fosse disegnata nel fango. E mi ci infilavo, scomparendo tra le pieghe dell’acqua torbida.

D’altronde è così che l’anguilla si salva: da predatori, da reti, da mani curiose. La sua risposta al pericolo è non farsi prendere, non farsi capire, essere imprendibile.

Ed è così che io scivolavo sempre più giù.

Ma poi, misteriosamente (se vogliamo definire “misteriosamente” anni di meditazione seduta su un cuscino al mattino con improbabili posizioni da guru, ore e ore e ore di ascolti su zen, vipassana, spiritualità, amore, perdono, universo e molto altro), sì, beh insomma, in maniera inaspettata, ora dalla tristezza mi faccio finalmente attraversare. Se ne sta lì (o io me ne sto lì, non so) e questa nube scorre, o ci scorro. Ed ha un suo fascino. Non c’è vittimismo. Non c’è rabbia. Non c’è odio. Solo il sapore di qualcosa di acido, croccante e lievemente amaro.

E in fondo, si sa, per bilanciare l’anguilla occorre proprio questo.

“Dove sei?” “In Ospedale” “Oddio che è successo?” “Ci lavoro mamma”

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Ebbene si, sono tornata, dopo anni dietro ad un lavoro che mi assorbe e mi ingoia, per poi ogni tanto risputarmi fuori. A differenza di Pinocchio però , mi sembra di non salvare mai nessuno, mi sembra solo un gioco perverso di una sadica balena.

Ad ogni modo, l’altro giorno Federica, una bravissima infermiera , ma anche un’amica con la quale condivido film pesi, di quelli che quando hai finito di guardarli ti attacchi alla boccetta di delorazepam, di quelli che danno nei cinimenini d’essai che ormai non esistono quasi più e nei quali nessuno vuole venire con me perché non hanno le poltrone reclinabili, ma le sedie dure per culi giovani e morbidi, tutte allo stesso livello, con l’immancabile tizio con una malattia rara causata da una mutazione del fattore della crescita che lo rende un vatusso con i capelli rasta e crespi e dal culo giovane e morbido, che ti si siede davanti (si certo puoi cambiare posto tanto siamo solo il vatusso e io in quel cinema a vedere quel film, Federica di solito l’ha già visto ed è quella che mi ci ha mandato), quei film che poi però nei giorni successivi ti rendi conto che sei contenta di averli visti e che hanno illuminato un angolo buio dell’anima che tenevi lì polveroso e coperto, forse perché fa male , e, si sa, dal male ci hanno insegnato a fuggire invece che a lasciarsi attraversare; beh insomma dicevo, l’altro giorno Federica mi dice : “ma il blog? Mi piaceva tanto”

Anche a me in effetti e così eccomi qui.

L’argomento? Il teatro. Il teatro che si fa non quello che si guarda.

Ebbene si, tra un rutto e un altro della balena, ho iniziato anche un laboratorio di teatro. E’ tutta la vita che sogno di fare teatro. Una volta, una decina di anni fa, ci ho anche provato ma eravamo troppi ed era troppo tardi la sera, e tutto si faceva fuorchè, anche solo far finta, di recitare. Non so perché ho questo desiderio. Forse perché recitare ti permette di guardare quegli angoli polverosi e bui dell’anima di cui parlavo prima, forse perché ti permette di mascherarti e non far vedere dei lati che, sei sicura, chissà perché, non possano piacere, forse perché fingere di vivere un’altra vita non è poi cosi diverso dal bere alcolici per scordarsi quel mondo di malattie, morte, cattivi odori, dolori, che permea la vita di chi fa il mio lavoro, tra una battuta e un’altra, tra un “che palle” qui e un “leggi quel bell’articolo sull’IgA Nephropathy uscito ora” lì, sicuramente però è più salutare.  In realtà forse mi piace tanto fare teatro perché è uno spazio in cui tutto è lecito. Così posso saltare come un orango tango, cercare il mio corpo nello spazio (che ancora non ho ben capito che significhi), camminare in silenzio per decine di minuti, urlare frasi senza senso, sibilare imitando le fronde di un giunco in una giornata ventosa, tirare palline, fingere di piangere, di ridere, ridere davvero, mangiare caramelle, toccare e lasciarsi toccare. Tutte cose normali, ma chissà perché nel mondo così detto “normale” , tanto normali non sono.

Dopo anni in cui tento di meditare, con alternanti successi, ho scoperto che la mia vera meditazione fatta bene è in quel laboratorio di teatro. Quelle due ore del giovedi pomeriggio, che attendo con ansia, mi catapultano in una dimensione fine a se stessa. Mi sono scoperta assolutamente incurante del fine per cui lo faccio. Non penso mai al perché si fa, a uno spettacolo che andrà prima o poi in scena, tanto meno a chi farà cosa. Penso solo a stare li. Ogni volta che mi viene richiesto di fare qualcosa, sento per un attimo la voglia di scappare, ma rimango. Rimango ed eseguo. Male, bene, di solito male in realtà, ma lo faccio. E dopo mi sento più forte, più coraggiosa. Non dico che non subisco il giudizio, c’è un lato mio che osserva, giudica e si sente giudicata. Però quel lato diventa più debole ogni giovedi sera.

Ora i miei genitori, se capita che il giovedi mi chiamino e mi chiedano “dove sei?”, rispondo “ a teatro” e loro “a vedere cosa? “ e io “no, sono io che faccio teatro”… che ha finalmente sostituito il famoso (dopo 10 anni circa che ero diventata dottoressa e lavoravo in ospedale) “dove sei?” “ in ospedale” “Oddio cosa è sucesso?” e io “ci lavoro mamma ”.  

Ti voglio tanto bene

“Dammi un segno Madonnina , dammi un Segno per favore”

Quando ero piccola la sera prima di andare a letto spesso mi ritrovavo a cercare dei segni divini. Era diventata quasi una sfida, sicuramente più una sfida che un’ossessione. A forza di sentir parlare della Madonna, del suo potere salvifico, dei fioretti di Maggio che avrebbero risolto qualsiasi cosa negli altri undici mesi… beh li cercavo ovunque.

Cercavo nelle ombre della notte, nei rumori impercettibili, a volte mi convincevo di aver visto muoversi qualcosa anche se magari era solo il vento che fuori, a Livorno, quando dice di farsi sentire si fa sentire davvero. Non credo purtroppo, o per fortuna, di averne mai ricevuto uno. Dico per fortuna perché chissà, magari poi sceglievo di farmi suora e avrei passato altrettanti notte a cercare segni che mi dicessero di non farmi suora che effettivamente non sarebbe stata proprio la scelta più consona per me.

Ad ogni modo, qualche giorno fa, passando per Barga, ho ripensato alla mia nonna. Nonna Lina. Nonna Lina aveva passato una parte della sua vita a Barga come molti inglesi, anche se lei era nata in Inghilterra, a Whitley Bay, cittadina della contea del Tyne and Wear che sono due fiumi, cittadina proprio al nord dell’Inghilterra, non molto sotto la Scozia, famosa per le rose. Io ci sono stata a Whitley Bay. Ci sono stata per vedere dove fosse nata Nonna Lina. Ci andai da sola a vent’anni con uno zaino sulle spalle, in treno. Ho sempre creduto che ci fosse nato Mark Knopfler dei Dire Straits a Whitley Bay, in realtà credo che abbia vissuto lì vicino ma qualcosa c’entra di sicuro con Whitley Bay.

Insomma il punto è che passando da Barga, da sola, mi è sembrato che Nonna Lina fosse lì con me. Che fosse accanto a me in macchina intendo. Proprio sul sedile passeggero. L ‘ho sentita lì, non so come spiegarlo. Probabilmente il primo episodio di Modern Love stagione 2 in cui la tizia viaggia in auto parlando con il marito morto che sta nel sedile posteriore, e che avevo visto solo due sere prima, potrebbe avere influito, ma io davvero la sentivo li.

Nonna Lina mi ha amato. Mi ha amato davvero . E forse è stato l’unico amore puro che ho percepito da piccola, sbagliandomi o meno, questo importa poco. Così la sentivo li, mi sembrava di sentire le sue carezze di ormai 40 anni fa, sentivo il suo calore, rivedevo il suo sorriso, mai sguaiato, con quel viso dolce e il suo incarnato chiaro. Ho iniziato a chiacchierarci un po’, ci siamo ricordate di quando con lei e nonno Vincenzo andammo a Casciana Terme e nel nostro hotel c’era Gino Bramieri che mi prese in collo e mi raccontò una barzelletta, e poi di quando veniva il cameriere e nonna lina mi chiedeva , con quella dolcezza che poi raramente mi è stata concessa dopo di lei, “Valentina li vuoi anche tu i fagiolini?” E io “no nonna”, poi appena andava via dicevo “però si in effetti li vorrei anche io”. E lo facevo ogni volta, e lei, fingendo di accigliarsi, mi ci prendeva in giro. E lo faccio anche ora pensandoci, questa cosa di cambiar sempre idea all’ultimo momento. Insomma, tra una chiacchiera e l’altra, mentre io guidavo e lei stava sul sedile passeggero, le ho detto “nonna perché non mi canti una canzone?” “Ti ricordi che cantavamo sempre?”. “E dai cantami qualcosa”. Così ho acceso la radio. E alla radio c’era “ti voglio tanto bene” di Gianna Nannini. Allora, vi prego, se non vi fa fatica, ascoltatela. E ditemi se nonna Lina non era davvero lì con me , sul sedile passeggeri.

Il testo lo scrivo sotto.

Ho pianto tanto. Ma lacrime belle e calde . E no, non ho bisogno di nessun segno. Anche io nonna ti voglio tanto bene. Rimani con me mi raccomando.

“Ti voglio tanto bene” di Gianna Nannini

Io vivrò con te

Ogni giorno comincia dove i baci finiscono

Ora che è inevitabile

Un dolore fantastico nei minuti che restano

Per sempre

Ti voglio tanto bene

E ci sarò per te

Se sentirai nel cuore

Un amore che non c’è

Ti voglio tanto bene

E ti raggiungerò

Con tutta la mia voce

Ascoltami

Io canterò per te

Mi sentirai nell’aria

Entrare nei tuoi occhi

Sola nell’anima

Io vivrò con te

Guardandoti esistere e nel sole rinascere

Io lo so che siamo fragili

E con gli occhi degli angeli

Ci guardiamo resistere

Io vedo un mondo migliore

Si girano le nuvole

Abbi cura di splendere

Ti voglio tanto bene

E niente finirà

Se non avrai paura

Di continuare a vivere

Io canterò per te

Mi sentirai nell’aria

Entrare nei tuoi occhi

Sola nell’anima

Io canterò per te

Canterò per te

Ricordati il mio nome

Ti voglio tanto bene

Non vedrò con te

Quell’alba di luce

Noi

Ora dov’è

BUONA PASQUA (CHE?)

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Fra le tante cose che non sopporto ce n’è una in particolare: gli auguri a raffica sul cellulare per le festività.

A Pasqua inizia la scarica di sms con uova, uovette, uovine, galline che cacano uovette pasquali, coniglietti, colombe, colombe che cacano sui conigli, quest anno si è aggiunto il tema coronavirus: uova e conigli con mascherine, uova di cioccolato che inseguono col martello un coronavirus spaventato (mentre a me sembra molto l’opposto).

E poi gli auguri, quelli inviati a tutta la rubrica: “tanti auguri a te e famiglia” (che quello capace ha perso la mamma il giorno prima), “trascorri delle feste felici” (che sei ricoverato con la polmonite), “che questi giorni di festa tu possa provare tanta serenità e riposo” (che sei smontato dalla notte, sei di guardia per pasquetta, reperibile la notte e torni a casa e ti accorgi di aver lasciato le chiavi di casa in ospedale).

Poi c’è il tema religioso: sms con candele accese e un augurio alla resurrezione, che lo sta inviando un tizio in fila al supermercato mentre da due ore tira giù tutti i santi del paradiso perché la fila è troppo lunga. Magari arrivasse un messaggio religioso vero, sentito, parlato e non copiato, anche se non condivisibile per un non credente. Che poi d’altronde la Pasqua è una festa religiosa.

Perché poi, alla fine, è sempre la solita cosa che non sopporto: l’ipocrisia. E per me gli auguri generalizzati sono il simbolo supremo dell’ipocrisia. Ma auguri di che? Che è una Pasqua di merda con una pandemia che decima la popolazione mondiale, siamo tutti chiusi in casa a ingrassare come maiali mentre facciamo pane, pizza, dolci per passare il tempo. C’è gente che ha perso il lavoro e non dorme la notte, un paese economicamente sul lastrico. Che se ti va bene non t’ammali, se ti va benino t’ammali ma non muori, se ti va male muori. Ma Buona Pasqua di che?

Ecco io vorrei un grande SMS di risposta, un SMS gigante con quella barzelletta che mi ha sempre fatto tanto ridere: c’è Gesù sulla croce e le pie donne disperate ai piedi della croce: “Gesù Gesù…dicci qualcosa” e lui si limita a scuotere la testa, “ti prego Gesù dì qualcosa” insistono le pie donne. La barzelletta va avanti un bel po’ e alla fine Gesù dice “che Pasqua di merda”.

Che secondo me ci ride tanto anche Gesù su questa barzelletta…

Perché se proprio vogliamo inviarci qualcosa, dovremmo inviarci  battute, quelle vere, quelle che ti ci metti a ridere con le lacrime e non riesci a smettere, quelle che ti va via il fiato tanto che ridi come i bimbi piccoli quando si fanno male e vanno in apnea per minuti interi che nel frattempo hai chiamato il rianimatore; dovremmo inviarci pezzi di noi, dovremmo farci ridere, o piangere, con gli sms, dovremmo avere il coraggio di essere quello che siamo, vuoti o pieni o a metà, dovremmo sfruttare questa grande, enorme occasione che ci è piombata addosso con uno starnuto di qualche cinese che ha mangiato due pipistrelli in umido qualche mese fa, per sgretolare questo muro di inutili e patetiche convenzioni ipocrite che parlano da sole. Mai cosi forte come adesso.

Buona Pasqua. Ma Buona Pasqua che?

Pensiero Magico

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All’incirca ogni due anni vado a trovare una maga. E’ una persona coltissima, ha scritto vari libri sull’astrologia , la kabbahlah ebraica, i tarocchi e le grandi tradizioni esoteriche.

Ha un approccio che farebbe impallidire uno psicanalista.

Ha una proprietà di linguaggio impressionante.

La prima volta che ci sono andata però, non sapevo niente di tutto ciò, me l’aveva semplicemente consigliata una cara amica di cui mi fido molto. La prima volta, ci sono andata e basta.

Quando arrivai nel suo appartamento mi sono ritrovata in una casa assurda, maleodorante e disordinata, al limite del disagio. Lei, una tipa strana, logorroica, bizzarra, con capelli troppo lunghi e incolti per l’età e una ricrescita inquietante . Ma, appena iniziò a parlare, si rivelò decisamente magnetica.  Magnetica nel modo in cui guardava, in cui ascoltava, in cui agganciava il mio sguardo.

Non so perché, da allora, sento il bisogno di andarci regolarmente. In fondo io sarei una donna di scienza.

Probabilmente è perché ho un concetto di scienza molto ampio. La scienza non può spiegare tutto, anzi, alla fine spiega molto poco. La scienza non spiega l’amore, quello vero, non spiega perché due persone che sono state insieme 80 anni muoiono a distanza di due giorni uno dall’altra, non spiega malattie incurabili che si curano, non spiega chi si lascia morire con un corpo sano. La scienza non spiega un’infinità di cose. Per tutto l’inspiegabile basterebbe semplicemente accettare che una spiegazione non c’è. Ma siccome l’accettazione è forse una delle attività più difficili per l’essere umano, ci rifugiamo nelle religioni o nella magia.

Ed io, quando posso, mentre alleno l’accettazione, sgattaiolo nella casa maleodorante della maga.

Eppure, mai come quest anno, la visita alla maga mi è stata consolatoria.

A gennaio ero li.  Prima che nel mondo si sapesse ancora del Coronavirus , io salivo quella rampa di scale e mi mettevo a sedere su una sedia di legno in un salotto pieno di libri di un accumulatrice seriale.

A gennaio, quel giorno, dopo un fantastico massaggio thai di qualche ora prima, in quel salotto invaso da uno strano sole caldo invernale, facevo domande sul lavoro, sull’amore, sulle storie passate, sulla fiducia. Poi, prima di andarmene, mentre ci salutavamo, fu come un impulso proveniente dall’ esterno. “La salute” chiesi. “Dimmi della salute”. Mi fece rialzare le carte a metà. “tutto bene Valentina”. “sei sicura?” “si, le carte sono chiare, tutto bene”.

7 Aprile 2020. Devo ringraziare la maga se, da un mese a questa parte, riesco a mantenere la calma. Devo ringraziare quelle carte logore se, oggi, non mi lascio prendere dalla disperazione, passando da un reparto a un altro, vedendo pazienti più giovani di me che respirano male quasi senza accorgersene e si ritrovano intubati, chiedendoci di non farli morire perché hanno figli piccoli, devo ringraziare la magia, se non vedo mio figlio da più di un mese e evito di pensare a quell’ultimo giorno che l’ho visto e che potrebbe davvero essere l’ultimo.

Si, non ringrazio l’idrossiclorochina, il remdesivir, il lopinavir, il ritonavir o il ruxolitinib. Io ringrazio la maga e il meraviglioso pensiero magico, ringrazio quella bambina che è in me e che non mi lascia mai. E quando mi sento persa rivedo quella scala e quella donna bizzarra con la ricrescita (che adesso non si nega a nessuno) che mi ripete “si, le carte sono chiare, tutto bene”.