“Provocando in bicicletta, accanto a te….”

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E’ arrivata la mia bici! Sono molto fiera. Anzi direi proud.
A parte il fatto che domani me la rubano. Quasi quasi se incontro un ladro gliela regalo subito io, tanto per non subire il dispiacere, l’umiliazione, tutti quei sentimenti strani di quando si subisce un torto. Come disse Orlando quando si rimase chiusi fuori a Stoccolma e non riuscivamo a trovare un fabbro “ma non si può telefonare a dei ladri?”. Ridemmo a lungo all’idea di cercare la parola Ladri sull’elenco telefonico. Non lo facemmo solo perché non sapevamo come si dice ladri in svedese. Provai Lakrits e mi rispose una liquirizia. Salata.
Ora, l’incipit ironico del post mi fa pensare a una conversazione che ho avuto oggi pomeriggio con un’amica (che non è su fb e quindi posso dire tutto ciò che voglio). Sosteneva che il mio modo di essere ironica a volte è provocatorio. Cioè intento a sedurre. Senza rendermene conto, intendeva lei. Una forma di “agito” insomma, per parlare in termini psicoanalitici. Così abbiamo parlato di come si è e di come ci si percepisce. E’ strano come ci si veda cosi diversi da dentro a volte, rispetto a fuori. Come se una parte di noi viaggiasse su un binario tutto suo per poi ritrovarsi improvvisamente in stazioni non programmate.
Io sono una che scherza. (Ripensandoci ho già anche scritto un post analogo in passato, con intenti diversi ovviamente). Io darei non so cosa per una battuta geniale. Quando mi escono delle battute con la B maiuscola sono entusiasta più che quando riesco a mettere un catetere venoso centrale tunnellizzato. Riesco persino a provare invidia per battute bellissime dette da altri. Ricordo perfettamente tutte le mie battute più belle. Ricordo quei momenti come si ricordano attimi di intenso romanticismo. A volte penso persino che potrei fare la comica, con un buon supporto che mi aiuta a scrivere i testi potrei davvero farlo. Mi inalbero se vedo comici che non fanno ridere alla TV. Cioè per me scherzare è una cosa seria!
Io non provoco quando scherzo. Scherzo. E’ il mio modo di comunicare. E’ più forte di me. Ho sacrificato amicizie (conoscenze diciamo) per il gusto di una battuta. E, poi certo, se voglio sedurre pure uso l’ironia. E reciprocamente l’ironia mi seduce.
Insomma siamo come siamo. E se, l’idea che abbiamo di noi stessi e la percezione che diamo è distante, pace!
Io mi vedo come una persona, anzi come un medico (che è l’80% di come mi vedo) sensibile, cinica, ironica, contorta, debole, che volerebbe via se un macigno dentro non mi tenesse giù. Forse da fuori sembro un menestrello “provocatorio” che viaggia su una bicicletta bizzarra (ancora per poco), sicuramente non sembro un medico, casomai una “signora o signorina”(che è l’80% di come mi vedono).
Due entità quasi separate insomma.
Quello che è certo è che continuerò a fare battute idiote finche morte non ci separi.

Fermiamo il mondo e…lasciamoci amare

 

Vi capita mai di avere bisogno di fare una cosa ma proprio non vi riesce?

Ecco! Io ho bisogno di scrivere un post su questa cosa delle unioni civili.

Il mio cervello è inondato da potenziali post demenziali che farebbero ridere, a parte le solite gag su Orlando, post sui discorsi scemi che facciamo in ospedale, sulle assurdità che talvolta accadono negli ambulatori, sul genere umano medio….ma respinge tutto, un po’ come Orlando quando gli passano la palla a basket, perché c’è questa cosa impellente (e in parte repellente) che mi rimbalza dentro.

Eppure non ci riesco. Mi sento come quando ci si gira e ci si rigira nel letto senza riuscire a prendere sonno.

E mi chiedo perché? Perché non riesco? Di solito quando inizio a scrivere le parole fluiscono fuori senza fatica. Le immagini mi vengono incontro.

So perché non riesco. Non ci riesco perché è una cosa enorme. Perché è inafferrabile per il mio cervello. Perché è sottolineare l’ovvio e io odio sottolineare l’ovvio.

Perché non si possono che dire le solite noiose banalità. In quanto “banale” vuol dire appunto “ovvio, scontato”.

Perché è una cosa così ovvia e scontata che non riesco a concepire .

Perché solo dover parlare della necessità di una legge del genere è un’enormità.

Perché è talmente enorme l’idea che un manipolo di persone possa decidere chi deve amare chi fra persone consenzienti, ma anche senza amore volendo, chi possa decidere di passare la propria vita con chi. Chi merita di avere figli e chi no (ma non sulla base di parametri umani ma sessuali). Chi cresce meglio i figli rispetto a chi.

Esistono persone che decidono con chi e come devi fare l’amore. Cioè decidono, mi si perdoni l’esempio ma è esattamente di questo che si tratta, che il sesso anale o orale, o certe posizioni, o l’uso di stimolatori erotici, vanno bene solo se fra un uomo e una donna, e meglio se sposati.

Bisognerebbe fermarsi tutti insieme. Tutto il mondo per un attimo. La terra stessa dovrebbe potersi fermare per vedere dall’alto tutto ciò. Io mi immagino un enorme risata universale.

Mi ricorda molto quando una volta al liceo mi fu ritirato un compito di latino e presi due. Mi ricordo che mi sembrò una cosa enorme, abissale allora. E penso sempre come rivedevo quella scena pochi anni dopo, mi riguardavo e mi faceva sorridere.

Ecco è un po’ così, bisognerebbe riuscire a vivere in un paese che guarda come siamo ora e sorride, quasi con tenerezza, per le nostre infinite incapacità di esseri umani.

Sensi, di marcia e non solo…

 

C’è quella famosa barzelletta del tizio che guida in autostrada e sente alla radio “attenzione, attenzione, un pazzo sta guidando controsenso in autostrada” e lui “uno solo?!?!”

Ecco, generalmente io mi sento così.

Ora, nella barzelletta è evidente che il tizio ha torto e che esistono delle regole ben precise e che lui ha commesso uno sbaglio contravvenendole.

Ma io non parlo di errori, né di regole contravvenute.

Parlo di sensi e sensazioni. Mi viene in mente quella mostra permanente che c’è a Ferrara, che cito spesso, di Antonioni. “Le montagne incantate”. Antonioni fece fotografie di alcuni particolari di montagne e poi le riprese da lontano. I particolari e le immagini intere erano due cose completamente differenti (anche se in realtà erano due modi diversi di vedere la stessa cosa). Banalmente i particolari apparivano brutti e le montagne stupende. Io acquisii da questa mostra che a volte occorre guardare le cose un po’ più da lontano per apprezzare la loro bellezza. L’interezza spesso dà una luce diversa alle cose e anche alle persone.

In effetti, se guardo da lontano il mio senso di marcia, vedo tantissime altre persone che vanno nella mia direzione. E l’immagine di tutti questi cerchi in effetti è molto più bella del particolare.

Ghepardi, gazzelle e avanzi

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Tempo fa ho visto un documentario sui ghepardi. Dicevano che il ghepardo quando deve acchiappare una gazzella calcola istintivamente il bilancio tra il dispendio di energia che serve per catturarla e il nutrimento che ne deriva. Quindi scatta solo se ne vale la pena. Se pensa che deve correre troppo magari rischiando di non farcela non parte neppure.

Pensavo che anch’io nelle relazioni umane che mi impongono di lottare faccio cosi (eccetto che in sindrome premestruale). Io mi dispongo alla lotta laddove penso di poter ottenere un risultato altrimenti non parto neppure. Non so se è un bene o un male. Sembrerebbe razionale e intelligente in realtà conduce a relazioni sempre di tutto o nulla che alla fine sono faticose. Il problema con me si pone quando parto sbagliando i calcoli perché la gazzella è più veloce di me, perché allora rischia di diventare l’unico mio scopo nella vita, ma questo è un altro discorso….

Altre persone invece iniziano l’inseguimento e basta, generalmente per il gusto anche solo dell’idea di poter annusare il sangue, altre per il gusto di inseguire, altre per la fame (ne conosco uno in particolare…che in questo momento mi sta inseguendo per la casa “quando si mangia? Quando si mangia?”), altre ancora perché gli hanno insegnato di provarci sempre. Alcuni inseguono senza aver mai preso una preda e si nutrono di avanzi lasciati da altri. Che in fondo è un po’ quello che io penso di chi adora giudicare. Oggi parlavo con una persona di questo. Ora, è vero, tutti in fondo giudichiamo. Ma se uno prova ad essere a volte ghepardo, a volte gazzella e a volte avanzo, difficilmente lo fa. Perchè inseguire è sfinente e scappare fa paura e avanzare è umiliante.

Così impari a inseguire solo per nutrirti e a fuggire solo per sopravvivere e ad avanzare perché occorre sapersi arrendere. E non hai tempo né voglia di giudicare.

 

Guardie e ladri … di sonno

medico

Mentre scrivo sono di guardia in ospedale. Le guardie si vedono subito come andranno. Ci sono quelle serate in cui arrivi e c’è una calma piatta, una leggerezza nei movimenti degli infermieri, pazienti sorridenti. Alcuni ti tocca svegliarli per dargli il sonnifero. E sono sere che sai che andranno lisce come l’olio. Poi ci sono le sere ove c’è calma ma nervosa. Quelle in cui avverti che sta per arrivare il cataclisma. Un po’ come delle piccoli luci sismiche, senti qualcosa nell’aria come i cani prima dei terremoti. Generalmente a un certo punto della notte o magari in tarda serata arriva l’urgenzona , ti scatta l’adrenalina, infili tubi in qualche vena centrale, salvi qualche vita, parli con aria da buono ma potente con i parenti e vedi il ringraziamento nei loro occhi e ti sembra che le forme dell’esistenza ritrovino un allineamento perfetto. Infine ci sono le serate come queste. Quelle in cui si verificano una serie di eventi, assolutamente senza senso, clinici e non, con un andamento pressoché continuo. Il senzatetto che si infila in un letto d’ospedale e tu che, tuo malgrado, per motivi medico legale, sei costretto a farlo alzare e la polizia che interviene in tenuta antisommossa neppure fosse uno dell’Isis. Oppure, per es scatta l’allarme antincendio su tre piani con una voce da Belfagor che urla insistentemente di abbandonare il reparto, e vecchini ed energumeni extracomunitari che si aggirano impauriti, senza ovviamente che esista alcun incendio e con l’arrivo del tecnico reperibile a sbloccare l’allarme che ti fa capire cosa significa vedere la Madonna. Ti chiamano alle tre di notte per una a cui sono gonfiati i genitali (la famosa urgenza notturna nel libro Medical Emergencies al capitolo Gonfiore dei genitali nell’emergenza-urgenza….e soprattutto gonfiano anche i tuoi come reazione…). Ti telefona un paziente alle 5 del mattino lamentando che perde sangue con le urine e poi scopri che ti sta chiamando con il suo cellulare dal reparto di Medicina di un altro ospedale di un’altra città ove è ricoverato. Ti arriva una telefonata per un plausibile trapianto di rene e tu chiami il ricevente a fare la dialisi di routine pretrapianto e lui ti dice che l’indomani è impegnato con la fidanzata e non crede di potercela fare per il trapianto.

Ecco, dopo una notte così, la mattina te ne vai con la speranza di trovare qualcuno per strada da poter investire per poi ripassarci sopra a marcia indietro. E io stasera, se piove di quel che tuona come si suol dire…me la sento scivolare….

Stiff

stiff

Stasera ho guardato “Presa Diretta”. Non lo faccio mai perché mi deprime e io sono notoriamente nazionale popolare e con un discreto lato di superficialità che mi consente di galleggiare. Presa diretta non si confà esattamente con la pietra pomice che è in me. Però l’ho guardato perché parlavano dei vaccini, e , si sa, questo argomento mi interessa, è più forte di me. Diciamo che l’aver visto Checco Zalone nel pomeriggio aveva spianato la strada. Non che Checco Zalone sia leggero, anzi…..e se qualcuno lo pensa davvero significa che non ha molte capacità analitiche.

In trasmissione hanno ripreso alcuni medici che hanno dei blog in cui combattono per le proprie idee. Hanno ripreso medici che lavorano  in Africa ove il vaccino è un miraggio. Hanno parlato con genitori di bambini piccoli morti per malattie evitabili…insomma tutto ciò che io rifuggo generalmente calandomi nella mia realtà nazional popolare che comprende fare il medico all’Ospedale di Livorno, con le mie stupide battute, e il mio cinismo da quattro soldi.

Mio malgrado, mi sono ritrovata a cercare di ricordare perché ho scelto di fare il medico. Davvero non ci riesco. Ricordo i quaderni delle elementari che mi ha mostrato mia sorella Nicoletta (che adora scavare nel passato a differenza di me, forse perché lei nel passato si sente forte mentre io mi ci sento sparire) in cui nel pensierino a 7 anni “che vuoi fare da grande?”scrivevo “io voglio fare la dottoressa così che posso tenere in braccio tanti bambini” (accanto a pensierini inconfessabili pena l’esclusione dall’eredità o la pubblicazione delle foto di famiglia di me vestita da odalisca a 8 anni mediamente obesa). Ricordo la lezione di fisiologia sulla contrazione del muscolo con un meccanismo di interazione fra actina e miosina su cui ho già scritto un post in passato e che trovai folgorante (non il mio post, la lezione)…

Ma perché ero a guardare quella lezione? Cosa, dopo essermi iscritta a lettere, avere brillantemente superato l’esame di ammissione a veterinaria, avere dato due o tre esami a legge, cosa mi spingeva comunque a passare davanti a via Roma 55 a Pisa a guardare gli studenti di Medicina uscire dalla Facoltà di Medicina e Chirugia? Ci ho pensato tante volte. Credo volessi cimentarmi in qualcosa di universale. Una scienza che puoi operare ovunque, che non ha confini, razze, sesso. Età , beh…no…l’eta si… pediatria è un po’ un mondo a se….

Io volevo l’assoluto. Veterinaria non poteva darmelo. Legge non poteva darmelo. Neppure lettere poteva darmelo anche se ci si avvicinava molto. Volevo sporcarmi, volevo sentirlo il dolore per poterne rifuggire, volevo sentirmi forte e debole al tempo stesso, avere paura e sangue freddo. Volevo capire quello che muove l’uomo e quindi il mondo, a fondo e in superficie, volevo avere che fare con i mitocondri e, al tempo stesso, con l’odore del sangue nelle feci, con la vita e con la morte, con gli odori, con tutti i sensi, nessuno escluso. Con le cose scabrose e con gli animi puri. Volevo avere a che fare con l’umanità.

Per un pelo non sono diventata un medico legale. La mia esperienza con la medicina legale è stata fantastica e meriterebbe un articolo a sé. Devo dire che io svenivo di continuo. Dal primo giorno in qualsiasi reparto cascavo a terra come una pera cotta. Il Prof Martino, recentemente scomparso, purtroppo, e che Livorno tiene nel suo cuore, mi portava in sala operatoria da matricola e erano più le volte che ne uscivo stesa che ritta. La cosa è durata anni, persino a Londra quando vedevo fare le prime fistole arterovenose sulle braccia, o a Copenaghen in ginecologia. Mi resi conto che il dolore mi provocava angoscia così mi buttai sulla medicina legale. Ma anche lì, i primi sacchi neri che arrivavano, l’idea di non sapere cosa contenessero, cosa svelassero (e in effetti a volte contenevano pezzi smembrati, ricordo di un suicidio sotto un treno), mi facevano svenire. E poi l’odore. Quell’odore nauseabondo di putrefazione misto alle immagini. Era insostenibile per me. I medici legali mi presero in simpatia perché io non mollavo mai. Svenivo. Mi rialzavo e tornavo. Ricordo una volta, avevo casa a Pisa comprata da pochissimo, ancora non abitabile, ci vivevo con un fornellino elettrico e avevo comprato per cena delle cosce di pollo, per l’appunto dopo un pomeriggio alla morgue. Provai a cucinarle e non riuscivo a non odorare quell’odore del pomeriggio… Buttai via tutto. (E poi si dice uno non ha l’amore per la cucina…). Un giorno, dopo l’ennesimo svenimento all’ennesima autopsia, il medico legale mi disse “non andartene Valentina, esci aspetta 5 minuti e rientra e non usare mascherine per il naso”. Così feci. Quando rientrai mi girava sempre un po’ la testa. Voleva farmi stendere su un lettino autoptico di metallo ma io declinai cortesemente. Allora mi portò nella cella figorifera per mostrarmi le cose che davvero avrebbero dovuto impressionarmi, e non la povera signora anziana morta di pancreatite di cui sopra…Tirò fuori dalle celle extracomunitari ritrovati incaprettati nella sabbia di Tirrenia, morti sgozzati, tossici uccisi in carcere…. Insomma, con quei suoi colori desueti con cui aveva imparato a guardare la vita, mi costrinse a una realtà che mi “guarì”. Vi giuro, da quel giorno, dopo circa 4 anni, non svenni più. Diventai la mascotte delle autopsie. Niente mi faceva più impressione e, vi assicuro, ho visto cose che voi umani…..Presi 30 e lode a medicina legale nonostante la telefonate di mio padre ,noto avvocato, la sera prima “senti tesoro se il Prof…ti chiede se sei mia figlia mi raccomando nega “ (quando si dice essere raccomandati…).

Eppure quando arrivai a scegliere la specializzazione, non ce la feci. Uno di loro mi aveva messo in guardia sulle autopsie dei bambini, su quel tipo di lavoro a lungo termine, su tante altre cose. Non ce la feci a scegliere i morti. Così scelsi la vita. La vita che finiva. Il dolore…Ma pure sempre viva nel momento che arrivava a me

Diciamo che io non ho mai mollato e generalmente non mollo mai. Anche oggi il mio primario si stupisce di come, nonostante la mia inettitudine manuale, diventi brava a fare certe cose. Perché non mollo.

E quindi mi perdonino tutti quelli che scrivono cose impegnate. Io ho bisogno di lasciarmi andare in questo mio futile blog nazional popolare. Perché divagando trovo la forza per non mollare. E non mollando posso fare il medico. Quello che sognavo da quando ho 7 anni.

Assolo anzi..Da sola…

assolo

Oggi ho visto il film della Morante. Assolo. Le critiche l’hanno esaltata, scomodando addirittura Bergman.
E io ho sempre amato la Morante, o meglio, ho sempre creduto di amarla. Mi piace la sua eleganza, la sua voce, la sua compostezza ma in realtà, in più occasioni non mi ha fatto impazzire.
Questo film è noioso, non fa ridere (poco), non parte mai e non arriva da nessuna parte. E sopratutto è completamente incentrato su di lei, fingendo che sia una donna che rinasce. In realtà rimane la stessa solo con un taglio di capelli diversi. Ora, lungi da me fare la critica cinematografica, anche perché non ho gli strumenti, ma ho gli occhi e pago il biglietto che di per sè un po’ permette di dire mi piace o non mi piace , o no???
La mia critica era più sul ruolo della donna che la Morante vuole rappresentare. Sono un po’ stanca di queste donne vittime di uomini che le abbandonano, che subiscono per una vita intera qualsiasi cosa, l’insubibile direi se solo esistesse il termine, e poi rinascono solo grazie ad altri uomini. Come se non esistesse un se. Come se non fossero mai stati girati Kill Bill dove per stare bene si mozzano teste o Cime Tempestose dove tutti si sentono sostanzialmente un cesso o l’amore non va in vacanza che trasforma il lasciarsi durante la vacanze in una esperienza etusiasmante… Insomma, senza essere dei critici snob, non è che una donna si riprende da una o più delusioni amorose, tagliandosi i capelli e comprandosi una macchina rossa così che può attrarre uomini che la deluderanno di nuovo o no? Boh.. Magari chiedo a Orlando che ha 7 anni e mezzo che credo sarebbe d’accordo con me, se non altro perché è intelligente e con un animo sensibile (anche se ogni tanto ci riprova a pisciare sulla predella).
Insomma non esistono più quei bei film che ti insegnano che dalle delusioni d amore , dopo aver provato a farti cancellare la memoria, dopo aver provato ad attaccarti alla canna del gas ,dopo aver provato a leggere e guardare libri e film catartici (epicuro il più leggero per dire), dopo aver passato giorni su un letto a guardare il soffitto sperando di morire, dopo tutto ciò , ci si rialza , si fa pulizia e si ricomincia? Da soli! No ASSOLO, da solo!!!! Anzi da sola…
Ps e vi dirò di più. Di solito ce la facciamo.

 

 

Sorprese da urlo

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Alcuni giorni fa mi ha contattato un vecchio amico, o meglio un amico di vecchia data.

Ci conoscemmo all’Elba durante la mia vacanza “green”. Ogni tanto mi partiva qualche idea bizzarra…Avevo 19 anni circa se non ricordo male e andai all’Elba da sola con una borsa verde piena di libri, senza macchina, facendomi Portoferraio – Capoliveri a piedi, mangiando solo verdura, rigorosamente alchol-free e nessun mezzo che non fossero le gambe. In programma la cura del sonno. Inutile dire che la vacanza cambiò colore dopo pochissimi giorni (meno di 48 ore più o meno), allorché conobbi lui in un fantastico localino che si chiamava Abat Jour ove naufragò miseramente la mia dieta alcolica appena scoprii un fantastico cocktail tricolore che facevano lì e che mi faceva sentire meno in colpa perché uno dei tre colori era il verde. Così cominciammo a farci grandi scorpacciate di cibi poco vegetali e  Cocktail Stinger allo Sugarreef scimmiottando Tom Cruise (lui) e Elisabeth Shue (io) e la cura del sonno si trasformò in una astinenza da sonno.

Beh, dicevo che Tom Cruise mi ha ricontatta.  Mi ha fatto un complimento con quel modo un po’ suo, ironico e pungente ma al tempo stesso delicato. Ci siamo scambiati pochi messaggi pieni di passato e non detti e ricordi di dolori condivisi. Ma solo fra le righe, o almeno questa è stata la mia sensazione. Parlando dei miei post a un certo punto mi ha scritto “però ho la sensazione che quando scrivi tu voglia sempre dire altro, che dietro l’ironia ci sia un urlo”.

E’ bello quando qualcuno ti legge dentro mentre non te lo aspetti. Un po’ come quelle foto che ti fanno senza che te ne accorgi e magari colgono un’espressione che neppure tu sai di avere. E’ bello essere colti di sorpresa a volte. Devo dire che lui le sorprese le sapeva fare. E raramente si incontrano persone che amano sorprendere.

Bicicletta UK

Questa è una specie della bici che oggi sono andata ad ordinarmi. Ho deciso di comprarmi una bici per andare al lavoro. Volevo rassicurare i miei non lettori che in ospedale posso lavarmi una volta arrivata, dato che ne avrò bisogno. Non come quel mio collega inglese che arrivava al King’s College dal nord di Londra (20 km?) in bici appunto e poi si toglieva la maglia sudata e la sbatteva in uno scatolone, indossava, senza alcun intacco di alcuna risorsa idrica, una bella camicia stirata molto british, e poi prima di riandarsene , riprendeva la maglia puzzolente e se la rimetteva paro paro addosso.

Per me questo che ho fatto oggi è come tagliarsi i capelli a zero, o farsi un tatuaggio. O prendere una pianta. Ci sono cose che si fanno con l’assurda pretesa di spostare qualche pezzo dentro di noi. Mi ricorda un po’ quei giochi con le costruzioni in cui devi far coincidere le varie forme. Le mie non coincidono mai. Però, nello spostare i pezzi passa del tempo. E il tempo aiuta sempre.

Quindi oggi al BarTini vi aspetto tutti in bici…

 

bici uk

Carol e molti Martini

Oggi ho visto Carol. Lessi il romanzo molti anni fa, su infinitamente grato consiglio di un’amica conosciuta a Londra.
Mi raccontò che la Highsmith aveva scritto quel romanzo in una notte, eventualità che mi è sempre rimasta addosso, come se tutto fosse possibile, come se anche io, notoriamente smaniosa e di poca resistenza, avrei potuto prima o poi scrivere un romanzo.
Questa non è una recensione a Carol. Questo è solo il mio pomeriggio al cinema, a vedere un film tratto da un libro che ha rappresentato molto per me, subito quando lo lessi e poi per molti anni a venire. Questo è il mio pomeriggio pieno di sentimenti contrastanti, tra la lentezza (voluta?) del film che collima con la lentezza (voluta?) della mia vita, e l’inquietudine e la gioia e il desiderio e i finali che si vorrebbero ma che non si hanno mai….
Ma più che altro è la fantastica Blanchett e quei Martini….
Anche la Rooney è brava ma beve meno.
Nel mio BarTini ho pensato di allestire così una piccola libreria. Carol è il primo libro da mettere in scaffale. Chissà magari prima o poi qualcuno suggerirà di aggiungerne altri. Io vi aspetto e mi godo il silenzio…